Vergogna olimpica: a Rio de Janeiro vince l'odio per gli ebrei

Atleti sauditi, egiziani e libanesi si rendono protagonisti di tre episodi di discriminazione

di Fiamma Nirenstein

M a come mai il mondo non si alza tutto in piedi gridando, questo mondo antirazzista, antiapartheid, in piena festa globalista alle Olimpiadi, perché è così strabico da riuscire (a ragione) a cacciare un atleta dopato che rompe il codice d'onore dello sport, e non manda via a calci quelli che ne infrangono la regola fondamentale di parità etnica e religiosa discriminando gli israeliani come lebbrosi, rifiutandosi di toccarli, di condividere con loro uno spazio, di competere?

Oramai siamo a tre episodi ripugnanti di estremismo islamico, e nessuno alza un dito: ieri l'egiziano Islam el Shehabi, per cui evidentemente, come per tanti altri sui conterranei, non è mai stata firmata la pace con Israele del 1979 (parliamo di quasi quarant'anni fa!), ha rotto tutte le tradizione del judo rifiutandosi di stringere la mano al ragazzo israeliano che l'aveva battuto. Il pubblico ha protestato, i giudici hanno chiesto a el Shahabi di fare l'inchino rituale e lui l'ha fatto: un inchino si fa da lontano. Ma toccare un ebreo, che schifo, che orrore.

Domenica era stata la volta di Joud Fahmi, anche lei judoka, la quale si è spinta a perdere apposta lo scontro precedente a quello che l'avrebbe inevitabilmente portata a battersi con Gili Cohen, israeliana. Cohen? Si chiama Cohen? Siamo pazzi? E pensare che i sauditi pochi giorni fa erano a Gerusalemme per delle riunioni in cui si discute di rapporti migliori, di piani di pace, di strategia. Ma altra cosa è la gente di un Paese integralista islamico rinunciare all'antisemitismo che impregno di sé tutto il suo mondo, con cui è stato educato dalla più tenera infanzia.

Il primo episodio avrebbe già dovuto allarmare e destare una reazione immediata: gli atleti israeliani stanno per salire sull'autobus che li deve portare allo stadio Maracanà, all'apertura, proprio il primo giorno che dovrebbe essere tutto spirito sportivo e entusiasmo e gli atleti libanesi si parano davanti alla portiera impedendogli di salire. Condividere un bus con gli ebrei? IL Libano è il Paese degli hezbollah? E quando mai? Gli autobus sono un ben noto luogo di apartheid, ci sale solo chi è puro e degno. Non gli atleti israeliani.

Non si comprende che il fatto che il mondo intero si mostri indifferente, che di nuovo Europa, America, i paesi occidentali in genere non attribuiscano nessuna importanza per questo evento è di fatto la copia dell'atteggiamento che fu preso a Monaco quando l'intera squadra israeliana fu sterminata con orribili torture da un commando di terroristi palestinesi? Anche allora i giochi proseguirono come se niente fosse accaduto. Non si capisce che non reagire a un atteggiamento integralista e estremo di odio verso gli ebrei apre la strada all'odio integralista e estremo verso tutto l'Occidente?

In questi giorni l'Isis e altri gruppi terroristici hanno cosparso i network di richieste ai loro sostenitori di compiere attacchi alle Olimpiadi: «Un piccolo attacco col coltello e con ciò che trovate a Rio avrà maggiore effetto di qualsiasi altra azione nel mondo» spiegano i centri del terrore. È lo stesso ragionamento che, mutatis mutandis, ha portato gli atleti arabi a discriminare Israele. E le federazioni sportive che fanno? Che fanno i Paesi che hanno i loro atleti in gara a Rio? Si batteranno allegramente con i judoki antisemiti? Non capiscono che questa è una condanna che comminano a sé stessi?