Veronesi lascia la sua creatura Un altro atto di coraggio

Il fondatore dell'Istituto europeo di oncologia resterà come direttore scientifico emerito. «Il futuro sarà intenso, è giusto rinnovare»

Alla vigilia del compleanno numero 89 (il prossimo 28 novembre), il professor Umberto Veronesi saluta la direzione scientifica dell'Istituto europeo di oncologia per diventarne direttore emerito. Si ritira ma non del tutto. Gente come lui, classe 1925 come Giorgio Napolitano e Bernardo Caprotti, non stacca mai completamente. D'altra parte, dal mestiere di fondatore non ci si dimette, e lo Ieo di Milano è nato con Veronesi. E poi il tumore è un nemico contro il quale bisogna ancora combattere lunghe battaglie.

In una nota il professore spiega di aver preso la decisione «come atto di responsabilità personale e amore» verso l'istituto. Come in tutte le monarchie egli stesso ha pilotato la successione, e se Veronesi era uno, il post-Veronesi non poteva essere che trino. Così dal 1° gennaio 2015 il professor Roberto Orecchia (direttore della radioterapia, allo Ieo dalla fondazione) sarà il nuovo direttore scientifico e il professor Pier Giuseppe Pelicci (il primo studioso a tornare dagli Usa per unirsi allo Ieo dove ha fondato il reparto di oncologia sperimentale) il direttore della ricerca, mentre presto sarà creata una terza direzione di scienze traslazionali da affidare «a una figura di rilievo internazionale».

Dire «il professor Veronesi» equivale a dire «ricerca contro il cancro in Italia». Un taumaturgo, una garanzia. Bocciato due volte al liceo, laureato a 27 anni, Veronesi entrò da volontario all'Istituto nazionale per la cura dei tumori scalandone i gradini fino a diventare direttore generale nel 1975: nel frattempo (1965) aveva già fondato l'Associazione italiana per la ricerca sul cancro. Nel 1991, a 66 anni, quando molti pensano soltanto a godersi la pensione, egli dà vita allo Ieo. La sua fama in tutto il mondo è legata in particolare agli studi sulla chirurgia conservativa del carcinoma mammario, prima causa di morte per tumore nelle donne.

Sposato, sette figli, vegetariano «per motivi etici e non medici» ma propizio alle sperimentazioni mediche sugli animali, favorevole all'eutanasia, agli Ogm e alla depenalizzazione delle droghe leggere, Veronesi non è soltanto un luminare della ricerca ma anche un uomo di mondo. Non si fonda un istituto importante come lo Ieo (e successivamente la Scuola europea di oncologia), e non si mantiene la fondazione che dal 2003 porta il suo nome senza una fitta trama di relazioni coltivate instancabilmente.

Veronesi è ambasciatore del pacifismo e presidente del comitato scientifico della fondazione Italia-Usa. Soprattutto, ha alle spalle una lunga carriera politica legata certamente alle sue competenze ma che ha travalicato il ruolo tecnico. Nella «Milano da bere» degli Anni 80 Veronesi era craxiano e venne cooptato nell'assemblea nazionale del Psi, poi si spostò più a sinistra: nel 2000 Giuliano Amato lo volle ministro della Sanità.

Qualche tempo dopo entrò tra i garanti di Libertà e giustizia, punta di diamante degli intellettuali antiberlusconiani. Da quei circoli nacque nel 2006 la proposta di candidarlo a sindaco di Milano per il centrosinistra, ma gli fu preferito in extremis il prefetto Bruno Ferrante che vinse le primarie ma perse contro Letizia Moratti.

Il risarcimento è arrivato nel 2008 quando Walter Veltroni lo impose come capolista al Senato per il neonato Pd. Era il simbolo ideale della «società civile». Ma Veronesi conservava buoni rapporti anche con il centrodestra, perché il governo Berlusconi lo nominò nel 2010 presidente dell'Agenzia per la sicurezza nucleare. Esperienza durata pochi mesi: l'Agenzia non decollò e un referendum spazzò via l'ipotesi di riaprire le centrali atomiche in Italia. Veronesi si dimise dopo aver lasciato lo scranno di Palazzo Madama. Gli è rimasto l'incarico emerito allo Ieo. Del quale si avvarrà «per indirizzare le scelte strategiche della direzione scientifica e aiutarla ad affrontare le nuove sfide».