Viminale: accoglienza al crac. Ma Renzi: "Meschino chi lo dice"

Pochi mesi fa il premier minimizzava il pericolo, ora il governo è con l'acqua alla gola. E sale la tensione

Le parole sono pietre, e il governo Renzi ha l'abitudine di scagliarle in libertà. Qualche volta però c'è l'effetto boomerang. Come quando Renzi ha detto che era «allucinante» l'astensione sul voto anti israeliano dell'Unesco e il ministro Gentiloni ha detto che «quella posizione non è stata capita». Ieri è accaduto di nuovo. Il quotidiano La Repubblica ha riportato il seguente virgolettato attribuito al ministero dell'Interno nell'ambito di un servizio sui tanti sbarchi di migranti: «Da soli non ce la possiamo fare. Non bastano neppure le caserme. La macchina dell'accoglienza è al collasso». Forse al Viminale non ricordavano questa frase di Renzi: «Quello che un po' stride, e talvolta mi sembra meschino, è l'atteggiamento di chi grida e urla. Di chi usa sui media, e non solo, parole come: sistema al collasso». L'accusa contenuta nella eNews pubblicata dal premier lo scorso 30 maggio era indirizzata contro Salvini, ma oggi si ritorce sul Viminale «meschino».

È vero, da maggio a oggi gli sbarchi sono continuati senza sosta e ieri si è parlato di record. In realtà si tratta di una previsione, già fatta quando Renzi scrisse quella eNews e oggi ancora più evidente: siamo a 154.000 migranti sbarcati dal Mediterraneo da inizio anno, circa 6.000 in più dello scorso anno e 1.500 in più del 2014. Se allora, come diceva Renzi, i numeri «nella percezione mediatica sembrano molto più grandi. Ma sono in media con il passato e non superiori ad altri Paesi», perché oggi al Viminale si parla di «collasso»? Solo un fattore è cambiato rispetto al 2014: l'Europa ci ha obbligato a identificare i migranti e così, in base alla Convenzione di Dublino, loro sono obbligati a chiedere l'asilo in Italia, Paese di primo approdo. Inoltre, poiché l'Italia si vantava della propria accoglienza ma intanto, in violazione delle regole europee, indicava ai migranti la via per andarsene verso altre destinazioni. Tanto che nella burocrazia italiana si era creata una categoria, quella dei «transitanti», che in base alle regole europee non dovrebbe esistere. I Paesi confinanti, Austria e Francia, hanno da tempo capito il gioco sporco dell'Italia e hanno bloccato le frontiere, interrompendolo.

Dunque oggi il vero record non è di sbarchi, ma di migranti costretti a restare per mesi in Italia, spesso in centri di accoglienza in gran parte pensati per una breve permanenza. Quelli del sistema Sprar, che hanno strutture decenti e progetti di accoglienza più articolati, sono una minoranza, il 72 per cento dei migranti vive nei Cas, cioè Centri di accoglienza «straordinari», come se questa emergenza fosse imprevista.

Il ministro Alfano ieri ha smentito il virgolettato di Repubblica, sostenendo che «l'accoglienza sta funzionando», ma è a sua volta smentito da proteste dei cittadini e degli stessi migranti o dalle difficoltà denunciate dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. E lo stesso Renzi ieri contraddice Alfano: «Se non blocchiamo gli arrivi l'Italia non regge un altro anno».

La verità è che, fallito il sistema dei ricollocamenti (come previsto), l'Italia ha cambiato linea. L'ha fatto capire di recente lo stesso Alfano: «Se l'Europa ci ha dato da gestire l'intera vicenda, almeno per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo centrale in attesa di un accordo con la Libia e con altri Paesi africani, e ce l'ha data in outsourcing, allora ci paghi. Questa cosa Renzi e io la stiamo negoziando ai rispettivi livelli». In sostanza ci siamo candidati a fare da campo profughi d'Europa, come la Turchia e in passato la Libia. Purché l'Unione paghi. Con fondi e flessibilità: la famosa tolleranza dello 0.3% del Pil chiesta a Bruxelles. L'unica certezza è che intanto il blocco di Schengen alle nostre frontiere sarà prorogato di altri sei mesi. E anche se l'Europa non sborsa, i migranti resteranno.