Viva il futuro, il presente è una prigione

L'unica cosa certa è che tra vent'anni saremo tutti più vecchi, ma non è un buon motivo per avere paura. Come in una canzone di Lucio Dalla «con la barba più bianca e una valigia in mano». Non sai se ci saranno slitte trainate da particelle subatomiche o computer quantici da gabbare il tempo, viaggiando avanti e indietro come se l'universo fosse una clessidra. Magari sui camion ci saranno robot a prova di terrorista e ti innamorerai di un'androide dagli occhi verdi che inesorabilmente ti batte a scacchi. Il futuro è una sfida, un'opportunità e un'ipotesi. L'importante è immaginarlo, perché se non lo pensi non arriva e si resta presente che si ripete giorno dopo giorno, sempre uguale, sempre lo stesso, come un eterno «giorno della marmotta». Ed è quello che da un po' troppo tempo stiamo vivendo. Non importa se poi non è proprio come te lo aspettavi. Ci saranno sorprese e delusioni. Quanti futuri in fondo sono già alle spalle? Il 1984 di Orwell, lo Spazio 1999, il 2001 dell'Odissea, il 2015 di ritorno al futuro, presto ci ritroveremo nel 2019 di Blade Runner. Sono tutti futuri pensati tanti anni fa e per fortuna non sono profezie, ma sestanti, mappe, orizzonti, una traccia per non camminare al buio. Sono futuri leggeri e aperti, che lasciano spazio al caso, perché solo i profeti, i cattivi utopisti e i malati di totalitarismo pretendono di definire con certezza il futuro. Solo che negli ultimi vent'anni abbiamo smesso di pensarlo il futuro. Ed è per questo che sembra in ritardo. Ora si torna a parlare di robot e non ha senso maledirli. Qualsiasi cosa accadrà non sarà colpa loro, ma responsabilità dell'uomo. Purtroppo.