Le voci oltre la pellicola che danno vita ai sogni

Carmelo Bene e Giuseppe Ungaretti fecero "parlare" i classici della letteratura

La voce sta alla leggenda come la storia alla menzogna. Mi si perdoni questa sorta di epitaffio. Ma la scomparsa di Giorgio Ariani, doppiatore di Oliver Hardy, lo impone. Ariani che riceve il testimone da Sordi per l'immenso Ollio che bisticcia con il grissino Stanlio: comicità pura di voci contrastanti all'interno di un sodalizio cinematografico che ha il sapore di un lungo matrimonio qui il pensiero va a Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Ecco il punto. Perché citavo la leggenda per niente subordinata alla storia. Anzi. La voce di un doppiatore (quella fantastica di Giannini prestata al più grande e inarrivabile Al Pacino), di un attore, di un poeta, di un uomo, di una donna, quando moriranno, è molto difficile che i viventi o i posteri se ne possano ricordare. Il nome sì, il nome si ricorda. E per assurdo e spesso: frivolezza e stupidità. Magari restano in vita i pettegolezzi e basta (vedasi Cesare Pavese e ciò che scrive a proposito Samuel Beckett). Invece la voce sparisce con la velocità di uno spiritello. Oggi che si va imponendo l'uso della cremazione possiamo dire che «le voci» si disperdono quanto le ceneri. Anche se quella voce, per dirla con Foscolo, «vince di mille secoli il silenzio». In realtà, essa è tutto (non si mischi con il linguaggio). È il punto erogeno per eccellenza. È da lei che parte la sensualità che seduce. Marilyn è Marilyn perché possiede quella voce. Del resto è facile con lei dire che parte da dentro, cioè dall'anima (magari è proprio l'anima). E per chiarire la questione della leggenda sulla storia: provate a leggere l' «Iliade» e vi accorgerete che, scorrendo le pagine omeriche, non state seguendo la trama degli eventi bensì la voce degli eroi. Non a caso le storie si raccontavano e tramandavano oralmente. E chi le raccontava doveva essere dotato di una voce che ne contenesse molte. Polifonica e non monocorde. In questo caso credo che la voce di Keith Richards è quella di Ulisse: ironica, rauca, riflessiva, profonda. Mentre Bowie ha ereditato quella di Achille: altera, per niente ambigua eppure pronta a inventare ogni tonalità. Patty Pravo, invece, quando ancora possedeva la sua voce rassomigliava a Circe: così di gola, così clitoridea. Oggi nessun attore italiano ha una voce leggendaria. Non l'aveva neppure Vittorio Gassman. Troppo imbustata, retorica. L'aveva grande e rauca Corrado Pani (un settimo l'ha in dote Carlo Cecchi). Invece Umberto Orsini è tutta voce. Voce di un piccolo uomo che arpeggia indistruttibili corde vocali. Lavia è senza voce. Sembra un evirato. Giuseppe Ungaretti lo citano e ricordano tutti, non a caso leggeva in televisione l' «Odissea». Di una voce bella, generosa e da signore era dotato il maestro Alberto Manzi (l'unico insegnante maschio che avrei voluto avere alle elementari). Astuta, lunare, frivola e colorata era quella di Carmelo Bene. La sua non era potente. Infatti le dava gas grazie agli amplificatori, ai fonici e ai microfoni Seinnheir e Shure. Ma lo faceva non per egotismo avanguardistico e esistenziale. Carmelo ingigantiva la voce per allontanare la morte. Che meraviglia: «La figlia di Jorio».