Volkswagen un anno dopo: epurazioni e multe

Il gruppo tedesco ha pagato caro il Dieselgate ma ora le sue azioni sono ai livelli pre-scandalo

Gli elementi che hanno portato al Dieselgate di Fca sono differenti da quelli che il 18 settembre 2015 hanno travolto il Gruppo Volkswagen con uno Tsunami devastante, ma almeno nella prima parte gli effetti sono i medesimi: crollo in Borsa e assedio mediatico. Prevedere quali saranno le conseguenze non è semplice, anche perché un ruolo importante potrebbe essere giocato dal cambio di gestione in posti chiave dopo il passaggio di consegne tra Barack Obama e Donald Trump, a cominciare dall'incarico dell'«ecoscettic» Scott Pruitt ai vertici della Us Environmental protection agency.

Tuttavia un'idea di quel che potrebbe accadere si può avere analizzando quanto accaduto negli ultimi 16 mesi nel gruppo tedesco, dove sono cambiate molte delle posizioni che contano. La prima testa caduta è stata quella dell'ad Martin Winterkorn che ha rassegnato le dimissioni cinque giorni più tardi, non prima di essersi scusato pubblicamente. Il 10 marzo 2016, la stessa sorte è toccata a Michael Horn, responsabile negli Usa, anche se ufficialmente il suo abbandono non è collegato allo scandalo. Le ultime dimissioni eccellenti sono datate 26 settembre 2016, e hanno coinvolto Stefan Knirsch, responsabile tecnico del marchio Audi, esattamente come Ulrich Hackenberg, che aveva occupato la medesima posizione.

Appare evidente che l'epurazione di chi ha avuto una responsabilità in questo affare non è conclusa (il recente arresto, in Florida, del manager Oliver Schmidt) e avrà effetti sul management più incisivi di quanti ne ebbe nel 1997 il mancato superamento dell'ormai celebre «test dell'alce» delle Mercedes Classe A. All'epoca la Casa tedesca concorrente riuscì a girare a proprio favore il problema dotando i modelli di dispositivi di controllo della stabilità ottenendo un ritorno di immagine, ma per Vw la situazione è più complessa. Innanzitutto ci sono i risarcimenti. L'ultimo in ordine di tempo è il patteggiamento di una maxi-multa di 4,3 miliardi che porta il conto totale già sopra quota 20 miliardi versati, quindi ben oltre i 16,2 miliardi di euro accantonati inizialmente come riserva per l'evento. E l'emorragia è difficilmente arrestabile, perché dopo gli Usa, dove peraltro il caso non è del tutto chiuso, sarà la volta di altri mercati.

Nonostante il terremoto seguito alla manipolazione del motori Diesel, gli effetti in Borsa sono stati meno tragici del previsto. Dopo la perdita del 17,6% del titolo nei giorni che hanno seguito la notizia, le azioni sono lentamente ma progressivamente risalite dal minimo di 101,02 euro toccato il 2 ottobre 2015, fino a quota 152,8, non troppo lontano dai 161 della vigilia dello scandalo. Nel 2016, inoltre, il gruppo ha segnato il record di vendite: 10,3 milioni di veicoli.