Votare No per ridare sovranità ai cittadini

Caro Direttore,

La propaganda governativa ha trasformato la discussione sulla controriforma Renzi Boschi in un falso scontro tra riformisti e conservatori, con i primi mitologicamente intenti ad innovare e sburocratizzare il Paese ed i secondi ortodossi custodi delle macerie costituzionali derivanti dalla transizione italiana. Nulla di più falso!

Di certo, non ci sfugge che qualche «No», al pari di molti «Sì», sia figlio di un retaggio ideologico, ma la contrarietà a questa modifica costituzionale di chi come noi, per storia, cultura e tradizione non può essere annoverato d'ufficio tra le fila dei conservatori, nasce dalla ferma convinzione che il cambiamento proposto rappresenti un'involuzione per il nostro sistema politico ed istituzionale.

Cambiare, per il solo gusto di dichiararlo, non significa di per sé innovare e migliorare, tanto più se non si dipanano i nodi strutturali alla base della crisi italiana e non si pongono le premesse per ridare dignità, ruolo e legittimità democratica ad una politica che sembra navigare in acque inquiete senza rotta e senza bussola.

Moltiplicare i procedimenti legislativi e differenziarli a seconda della materia trattata, affidare ad un Senato parttime, non eletto, le questioni europee che più impattano sulla vita dei cittadini, dell'economia e sugli interessi nazionali ed aprire la strada ad un'instabilità cronica del sistema con continui conflitti intercamerali, non crediamo somigli, neanche vagamente, a quella «grande riforma» di cui l'Italia ha bisogno.

Le contestazioni al metodo con cui si è inteso approvare la riforma non sono poi secondarie. Mai, come nella materia costituzionale, la forma è sostanza.

Varare una revisione costituzionale, con una maggioranza parlamentare frutto di una legge elettorale incostituzionale e sorretta per di più da formazioni di origine trasformistica, non solo anticipa il rachitico e fragile sistema politico che ne deriverebbe, ma rischia di segnare l'avvio di una nuova stagione di conflitti.

La riforma della Carta, invece, avrebbe dovuto rappresentare l'occasione utile per chiudere definitivamente l'epoca della infinita guerra civile, degli odi di parte e delle drammatiche contrapposizioni, anziché dilaniare ed attardare in sterili dibattiti un Paese in crisi di «crescita» ed alle prese con emergenze epocali.

La storia, l'esperienza repubblicana, avrebbe dovuto suggerire tutt'altra strada per un percorso di modernizzazione costituzionale. Per riforme buone, organiche e democratiche, bisogna ripartire da un rinnovato protagonismo dei cittadini, come nel 1946, dando loro la parola sulle scelte di fondo per cambiare la Carta.

L'elezione di un'Assemblea costituente e la contestuale indizione di un referendum d'indirizzo che demandi al popolo la scelta della forma di Stato (centrale o federale), della forma di governo (parlamentare o presidenziale) e dell'ordinamento giudiziario (separazione carriere o meno), resta la strada maestra da seguire.

Lo era ieri, lo sarà ancor più all'indomani del voto referendario e della vittoria dei No.

A noi interessa il destino dell'Italia e la sovranità dei suoi cittadini. Per questo, proponiamo un percorso democratico, una strada coerente, una via d'uscita ordinata dalla crisi italiana. L'alternativa è il caos.

Stefania Craxi e 11 parlamentari ed ex parlamentari
Comitato referendario Riformisti per il No - Noi della grande riforma