«Voti e soldi dai boss» ma non ci sono prove Si sgonfia l'accusa contro l'ex assessore

Finì sui giornali perché sarebbe stato il primo politico italiano a ricevere sottobanco, nientemeno, un iPad. Una tangente mai vista nello sterminato album delle mazzette tricolori. Quattro anni dopo, la pietra elettronica dello scandalo gli è stata restituita e l'imprenditore che glielo passò è stato prosciolto. Non importa, le tegole non cadono mai da sole: Giovanni Paolo Bernini, ex assessore ed ex presidente del Consiglio comunale di Parma nella giunta di centrodestra guidata da Pietro Vignali e travolta dagli scandali, è di nuovo nel mirino dei pm. Questa volta il capo d'accusa è ancora più impressionante: concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio per aver racimolato alle elezioni amministrative del lontano 2007 un discreto pacchetto di voti, grossomodo due-trecento, di matrice calabrese. Attenzione: nelle intercettazioni degli 'ndranghetisti la voce di Bernini non si sente mai. Ma l'accusa punta su un bonifico da 20mila euro per dimostrare rapporti obliqui fra l'ex politico cinquantaduenne, che oggi lavora nel mondo dell'industria, e ambienti criminali. Bernini è furibondo: «In quell'occasione ho preso 1.800 voti, sono stato il terzo più votato in città, la mia politica per i disabili è stata un modello che tutta l'Europa voleva conoscere e poi quel bonifico non esiste. Se lo sono inventati».

Destino paradossale e due volte amaro quello di Bernini, passato dai titoloni gridati sulle presunte ruberie all'oblio e all'interminabile attesa di processi che non arrivano mai: l'ex consigliere del ministro Pietro Lunardi aspetta ancora, dopo quattro anni, il dibattimento in cui si discuterà di quel poco che resta della lenzuolata di capi d'imputazione sulle tangenti. E attende con ansia spasmodica l'udienza preliminare in cui si deciderà sul destino dell'inchiesta numero due, relativa alle ombre di mafia: Bernini viene risucchiato a gennaio scorso nell'operazione anticosche ribattezzata Aemilia. Un'ottantina di persone finiscono in manette, il pm chiede anche il suo arresto, il gip lo nega. In seguito il tribunale del Riesame fa a pezzi i due reati offrendo una lettura alternativa: la storia potrebbe essere letta come un episodio di corruzione elettorale che però, notano i giudici con involontaria ironia, andrebbe provata.

A breve dovrebbe essere fissata l'udienza preliminare e Bernini conta i giorni: «Vorrei cancellare al più presto questa macchia che mi disonora. In pratica io sono sotto inchiesta e ho rischiato di finire in galera per le millanterie di un paio di giovanotti che nemmeno conosco che parlano di me come di un uomo molto potente». Affondato dai giornali e, almeno in parte, riabilitato dai giudici.