Il politicamente corretto della sensibilità a senso unico

Qualche sempliciotto, che probabilmente l’astice non se lo può neppure permettere, fatica a capire perché mai il poveraccio (l’astice, non il sempliciotto) debba finire in bollitura da vivo. Perché lui sì e altri colleghi di mare no. Nomi altisonanti dell’alta cucina sono pronti a spiegarlo, eventualmente. Nel complesso, pare che non debba perdere per strada nemmeno una delle sue divine proprietà.
Ma non è del dilemma gastronomico che si è discusso a teatro: le forze dell’ordine sono prontamente intervenute, davanti ad una platea già schierata, per fermare l’ennesimo crimine. Le cronache non riportano la reazione a caldo dell’astice scampato alla barbara esecuzione, ma immaginarne la soddisfazione non è difficile: basta mettersi nei panni dell’astice, per capire quanto sia duro il mestiere di astice.
Ovviamente il miracolato ignora che comunque il suo destino non cambia: a parte il caso degli astici sfaticati, che sprecano la propria esistenza vagando per fondali, si nasce astici per deliziare i gusti più raffinati degli uomini. Il problema è con quali sofferenze si debba coronare l’onorata carriera. Proprio su questo dettaglio finale vorrebbe soffermarsi l’artista argentino, che sbatte in faccia al pubblico le immagini e le grida della straziante agonia, per svergognare il nostro inesauribile e gratuito sadismo. Peccato che per mostrarli debba inevitabilmente replicarli, come richiede qualsiasi operazione di teatro-verità. Ecco il senso della veemente offensiva animalista, scatenata da uno schieramento di associazioni e ben assecondata dalla tempestività della forza pubblica. Anche se lo spettacolo nasce dalla parte dell’astice, non sembra elegante che ogni notte ne debbano seviziare uno per convincerci di quanto siano efferati certi capricci della tavola.
Diciamolo: ogni astice salvato è un passo avanti della nostra civiltà. Così come quando salviamo un cane abbandonato dai fetenti nei grandi esodi estivi. Come quando solleviamo il caso diplomatico per l’impietosa esecuzione, da parte dei brutali contadini bavaresi, del nostro amico orso Bruno. Come quando ci mobilitiamo per salvare i rospi dagli attraversamenti stradali, durante la stagione degli amori (loro, mica nostri). Come quando i vigili del fuoco impegnano uomini e mezzi per salvare il micio incastrato nel tombino o spaventato in cima al larice. Come quando ci scappa la lacrima davanti al massacro di balene e delfini da parte degli spietati Japan (imparassero dai nostri pescatori, che ai tonni concedono il confessore e l’ultima sigaretta).
Di fronte a tante manifestazioni di sensibilità, è legittimo sentirci un po’ migliori. Politicamente corretti. Anche un po’ chic. A me resta sospesa solo una domanda, guardando certe zone del mondo, certi quartieri, certi ospizi: ma dove siamo, tutti quanti, quando in difficoltà c’è un animale di razza umana?