Il politichese è un’offesa verso la democrazia

Allorquando Vittorio Alfieri aprì il Galateo di monsignor Della Casa, e vi lesse la prima parola, «Conciossiacosaché», ne fu tanto irritato da scagliare il libro dalla finestra. Simile reazione avrebbero dovuto avere i lettori dell’Unità di qualche anno fa, davanti a questa frase di colore oscuro: «Un nuovo realismo politico non può ridursi ad un appiattimento sulla datità, ma deve rapportarsi a una dimensione di progettualità utopica» (ma l’Unità non è un giornale proletario, che si rivolge alle masse?).
Il linguaggio politichese, così gonfio, ampolloso e ricco di parole ai più sconosciute, oltre che offendere la lingua italiana, è, a ben vedere, un attacco alla democrazia, perché non essendo intelligibile a tutti gli strati della popolazione (anche a quella parte che per disgrazia non ha potuto studiare) finisce col rivolgersi solo ad un uditorio colto, scelto. Ogni giorno, accendendo la televisione, compaiono le facce dei nostri politici. Davanti alla selva dei microfoni, molti assumono l’aria di gente seccata o addirittura sprezzante; se la domanda del giornalista li trova impreparati oppure crea qualche imbarazzo, escono in controdomande beffarde o in risposte offensive, forti dell’impossibilità a replicare dell’intervistatore. Quando non è così, quando l’umore è buono e sono ben disposti verso le telecamere, ecco il repertorio delle loro frasi, parole ed espressioni criptiche, che lasciano il signor Rossi e il signor Esposito con un punto interrogativo nella testa: «pausa di riflessione», «fase di ripensamento», «confronto programmatico», «verifica collegiale», «governo di programma», «presa di coscienza», «utenza potenziale», «ricognizione dei bisogni emergenti». Ancor peggio quando fanno ricorso al linguaggio economico, e parlano di «accise» (che per i napoletani è qualcuno fatto fuori da qualcun altro), «atto unico europeo» (forse è l’andare tutti contemporaneamente di corpo nel Vecchio Continente?), «Bic-Net» (un detergente per gabinetti?), «Biomed» (un potente detersivo?).
La gente non ne può più di questo linguaggio massonico; la gente vuol sapere se domani troverà il prezzo della mortadella uguale a ieri o maggiorato (diminuito è escluso). Noi non pretendiamo che i nostri politici dicano chiaro e tondo al telegiornale: «Domani la mortadella costerà uguale a ieri», o «di più», e così per gli altri generi alimentari (e non), ma esigiamo maggior chiarezza nei discorsi di chi ci governa. Se i politici stanno dove stanno (e stanno fin troppo bene, con gli stipendi e i privilegi che si ritrovano) è perché li ha votati la gente, e dunque parlino il linguaggio della gente. Se non ne sono capaci, o non lo vogliono fare, se ne stiano a casa. Ci sono tanti don Milani e Alberto Manzi pronti a sostituirli.
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