Polito: «Con che faccia chiedo voti in Campania?»

Lì per lì ho abbozzato, quando al telefono mi ha fissato l’appuntamento per l’alba delle nove. Ma appena lo vedo, dico al mio collega e senatore ancora per poco, Antonio Polito del Pd (ex Margherita): «Che ti è venuto in mente? Due giornalisti in attività a quest’ora rischiano la radiazione dall’albo», e lo guardo, fresco e azzimato, che appoggia la mazzetta sullo scrittoio del suo studio di senatore.
«Il mattino ha l’oro in bocca. E poi chi ci crede più ai giornalisti che fanno notte in tipografia?», dice il cinquantunenne Polito che quell’epoca la ricorda quando 30 anni fa era all’Unità, ma che poi ha avuto tutto il tempo di scordare da vicedirettore di Repubblica e direttore-fondatore del Riformista quando l’elettronica ha travolto il proto sotto i suoi occhi.
«La decisione di chiudere col Parlamento dopo appena due anni ti rende insonne?».
«Per nulla», dice e siede dando le spalle al primo numero del Riformista incorniciato. Antonio ha un’eleganza da divo dei telefoni bianchi. Gessato scuro, basette marcate, corti baffetti e mosca sotto il labbro.
«Capisco perché i tuoi nemici, che sono tutti a sinistra, ti danno dell’impomatato. Ma non lo sei, vero?», chiedo ammirando il taglio supercorto che gli aderisce alla testa. Senza spendere una parola per confutare, Antonio sfiora i capelli e mostra la mano. Intonsa.
«Leggenda sfatata. Circola da quando, tre mesi fa, si fece il tuo nome come direttore dell’Unità nel caso l’avessero acquistata gli Angelucci, già proprietari di Libero e del Riformista», ricordo.
«Ignoravo tutto. L’ho solo letto sui giornali».
«A prenderti per i fondelli come “impomatato”, fu Marco Travaglio, dell’Unità», ridacchio.
«Ho il fondato sospetto che Travaglio si nasconda anche sotto pseudonimi nei blog di internet. Una volta, mi criticò ad Annozero di Santoro. Poi, ho ricevuto raffiche di e-mail con le stesse parole usate da lui».
«Sono i suoi fan».
«Manovrati da lui».
«Perché ce l’ha con te?».
«Pende dalle labbra di Di Pietro. Io ne sto alla larga».
«Che idea hai di Travaglio?».
«Bravo giornalista col grave difetto di essere portavoce delle procure e di non verificare professionalmente le sue fonti. Sull’Unità dei miei tempi non avrebbe mai scritto».
«Però è divertente», dico a pro dell’assente.
«Ogni suo articolo è una somministrazione di olio di ricino. Usa la polemica personale, rinfaccia il difetto fisico, l’errore di vita. Tipico della destra. Teppismo giornalistico», dice Antonio, mentre riempie placidamente la pipa.
«Perché lasci il Senato?».
«Non c’è spazio per la discussione. O sei un soldatino o passi per traditore. Solo il governo fa le leggi, i parlamentari devono obbedire senza discutere. A che serve portare in Parlamento gente capace se non può fare leggi?».
«È successo a te?».
«Presentai una ddl contro i fannulloni nella Pa, firmata anche dai vertici del gruppo dell’Ulivo, a cominciare da Anna Finocchiaro. Il giorno dopo, il sindacato del pubblico impiego ha minacciato di boicottare la trattativa col ministro Nicolais, e la cosa è finita lì. Fare riforme è impossibile».
«Perciò tiri la riverenza».
«Aggiungo altri due motivi. La tragedia dei rifiuti napoletani. Sono di Castellammare di Stabia e ho lì il mio collegio. Non me la sono sentita, per pudore, di rimettermi a girare la Campania a chiedere voti».
«Terzo motivo?».
«Ho la sensazione che essere parlamentare riduca la mia dignità. Tra antipolitica, grillismo, ecc. ho la percezione netta che se uno mi stringe la mano e io mi presento come senatore, scado di colpo ai suoi occhi».
«Per le stesse ragioni si è dimesso il tuo collega margheritino, Willer Bordon», dico.
«Bordon ha notevolmente contribuito a questo decadimento e al fallimento della legislatura», dice secco e guarda l’ora sul cellulare. Poi con le dita fa il segno delle forbici.
So che non hai digerito l’alleanza tra Veltroni e Di Pietro.
«Non riesco a vedermi nel Pd con Di Pietro. Siamo opposti. Vorrei un Pd fondato sul liberalismo e lui non c’entra niente. Quando chiese di presentarsi alle primarie, fu respinto. Gli fu detto che non faceva parte del Pd».
Ma Veltroni ha cambiato le carte in tavola.
«Non sta facendo il partito unitario che sogno da anni e per il quale avevo fondato il Riformista». Per inciso: la voce che tornerà a dirigerlo è insistente. Mercoledì la decisione del cda. L’incarico sarà di farne un quotidiano vero. Uscirà nella nuova veste a ridosso dell’estate.
Con Pannella, invece, Walter è stato inflessibile.
«A Pannella avrei offerto un seggio, escludendo però un’alleanza coi radicali. Pannella in Parlamento è un valore aggiunto».
Insomma, disaccordo totale con Walter.
«Lui è il prototipo del politico moderno. Ha un notevole istinto killer ed è un’ottima macchina elettorale. Sa friggere l’acqua».
Tradotto dal castellammarese?
«Riesce a cucinare un pasto con pochi ingredienti e sta rendendo competitivo un Pd alla frutta».
Il Riformista è nato nel 2003 per appoggiare Max D’Alema. Siete amiconi?
«No. Quando negli anni ’80 diresse l’Unità ero passato da poco a Repubblica. Gli fu detto: “Peccato che Polito se ne è andato”. Rispose: “Un socialista di meno”. Passavo per Psi perché ero contro la deriva di sinistra del Pci. Ma anche D’Alema lo era. Per questo il Riformista faceva riferimento a lui che combatteva i girotondi».
Che pensi di D’Alema?
«È il più lucido della sinistra. Ma dopo avere fatto notevoli sforzi per riformarla, si è rincantucciato per riconquistare quelli che gli rinfacciavano il riformismo come un difetto. Si è come spaventato e oggi dice cose di sinistra che non pensa».
Eugenio Scalfari, tuo ex direttore, ti considererà ormai un destro.
«Quando lo lasciai per fondare il Riformista disse: o farai qualcosa di inutile, ripetendo ciò che già facciamo noi o di dannoso perché diverso. Pensa l’autostima! Ma ho per lui una tale reverenza che mi impedisce ogni contrasto».
Sei un siderale trasformista. Oggi quasi dc. All’inizio maoista.
«Avevo 14 anni e facevo il chierichetto in parrocchia. Ero in fuga da quel mondo. Tentai di iscrivermi al Psi, ma mi dissero che dovevo prima scegliere la corrente cui appartenere. Allora entrai in Servire il Popolo. Io però giocavo a tennis, che per loro era un’abitudine borghese, e mi chiesero di smettere. Scappai dopo sette mesi».
E ti sei consacrato al Pci come seguace di Bassolino.
«Era un affascinante giovane quadro della sinistra del Pci. Un ingraiano in antitesi con la destra migliorista napoletana dei Valenzi, Geremicca, Napolitano. Mi piacque. Da giovani si è di sinistra».
Ti piace ancora?
«È una persona seria, che mette l’anima in tutto quello che fa. Gli voglio tuttora un gran bene e lo stimo».
E la spazzatura?
«Il suo errore è stato scegliere male il suo successore a sindaco. Con la Iervolino c’è stato un crollo dell’immagine di Napoli che si è riflessa su di lui. Il difetto di Bassolino è di ritenersi indispensabile e non cercare un erede. Così, è diventato un capro espiatorio».
Pecoraro Scanio?
«Tra i massimi responsabili del disastro campano. Si è opposto a discariche, bruciatori, termovalorizzatori. Rappresenta una cultura verde arretrata e fondamentalista».
Che giudizio dai del governo del tuo Prodi?
«Pessimo. Lui incolpa la maggioranza frammentata. Ma lo era dall’inizio. A questo replicava: c’è un leader, che sono io, e un programma. Invece non era vero. Il fallimento è più colpa di Prodi che della maggioranza litigiosa».
Tra Prodi e il Cav?
«Berlusconi ha avuto la stessa debolezza al comando. Nemmeno della sua capacità di leadership ho grande opinione. Come combattente elettorale è invece più forte di Prodi».
Il tuo Riformista si definiva né di destra, né di sinistra. Sei pronto a traslocare nella Rosa bianca-Udc?
«Sciocchezze. Se fossi in Inghilterra sarei laburista, democratico negli Usa, ma sarkoziano in Francia. Sono convinto che le sinistre possano governare solo se si abbeverano alla cultura liberale».
I tuoi detrattori di sinistra ti dicono così simile al Fregoli Ferdy Adornato da confondervi.
«Primo, peso venti chili di meno. Secondo, ho cambiato molto di meno di lui. Io continuo a stare nel centrosinistra. In vita mia non ho votato che Pci, Pds, Ds».
Potresti votare centrodestra?
«Mai se guidato da Berlusconi. L’impronta troppo padronale dà un riverbero inquietante al suo messaggio politico. Potrei però votare un centrodestra meno sudamericano».
Di Pietro propone di togliere due reti a Mediaset.
«Impopolare, perché gli italiani vogliono di più e non meno. Anacronistico, perché la tecnica consente la convivenza di migliaia di reti».
Rimpiangerai di non esserti ricandidato per rifare il giornalista?
«Per me, farei altro. Il pubblicitario, per esempio. Considero la pubblicità l’arte del nostro secolo. Ma di più mi solletica una romantica via di fuga: dopo gli hippy, gli yuppy e gli yappi, lo Iap».
Cioè?
«Imprenditori agricoli prevalenti: casa in campagna e coltivazione di ortensie».
Giancarlo Perna