Il politologo: «Per Barack l’ultima trovata geniale, gli sms»

È uno dei più grandi esperti di comunicazione politica. Il suo curriculum parla chiaro: Michael Carmichael ha partecipato a quattro campagne presidenziali ed è stato consigliere di Bill Clinton e Jimmy Carter. Negli ultimi mesi ha seguito da molto vicino la campagna democratica fornendo, informalmente, non pochi consigli agli uomini di Obama. E in queste intervista al Giornale spiega perché le strategie usate dal prossimo presidente degli Stati Uniti sono destinate a lasciare il segno.
Quali sono stati i punti di forza di Barack?
«Innanzitutto il messaggio: Change, cambiamento. La gente voleva davvero cambiare rotta dopo gli errori commessi da Bush in questi otto anni, ma una buona idea non era sufficiente per vincere una campagna».
E allora cosa è stato decisivo?
«La sua capacità di adeguarsi ai nuovi mezzi di comunicazione e non mi riferisco solo a Internet. Il suo sito è costruito benissimo e, attraverso la Rete e Facebook, ha saputo creare e poi motivare una schiera enorme di sostenitori. La grande novità, nota a pochi però, è il ricorso agli Sms. Non tutti usano Internet, ma moltissimi, anche gli anziani, hanno ormai un cellulare. E gli uomini di Obama hanno inondato di messaggini i propri sostenitori, soprattutto sotto elezione. Martedì io ne ho ricevuti sette. Barack è risultato così sempre presente, sempre coinvolgente nell'ambito di una strategia coordinata fin nei minimi dettagli».
E la tv che ruolo ha avuto?
«Considerevole. Obama non ha ceduto alla tentazione di ricorrere alla cosiddetta campagna negativa ovvero agli spot che si propongono di distruggere l'avversario, spesso facendo ricorso ad argomentazioni diffamatorie. Ha risposto agli attacchi e a tratti è stato anche duro, ma complessivamente non ha sferrato colpi sotto la cintura, preferendo puntare su messaggi propositivi».
Tutto l'opposto di quanto faceva il guru di Bush, Karl Rove...
«Senza dubbio, ma queste elezioni provano che il pubblico americano è maturato. Fino a quattro anni fa si lasciava influenzare facilmente; ora invece si è mostrato più esigente, scettico, diffidente; un po' come siete voi europei. Più sostanza e meno fango, questo è positivo».
Qual è stato l'impatto del maxi-spot da mezz'ora?
«Quello di una bomba atomica, che ha convinto la maggior parte degli indecisi a dar fiducia ad Obama. Il primo a usarlo fu Joe Napolitano nel 1968, io stesso l'ho usato in alcune campagne degli anni Ottanta, ma da Ross Perot nel 1992 questa tecnica sembrava caduta in disuso. E invece è risultata formidabile perché ha permesso a Obama di creare una forte empatia con gli americani con un messaggio positivo al 100 per cento. In trenta minuti non c'è stata una sola critica a John McCain».
Qual è stato l'errore principale commesso dal candidato repubblicano?
«La reazione confusa al crollo di Wall Street. Anziché adottare una linea ferma ha moltiplicato le dichiarazioni cambiando più volte direzione, contraddicendosi. Voleva mostrarsi presidenziale, ma è risultato ondivago, insicuro. Gli elettori hanno avuto conferma che l'economia non era il tema di sua competenza e alle urne lo hanno punito».
È stato McCain, però, a decidere di non evocare in campagna elettorale i rapporti tra Obama e il controverso pastore Jeremiah Wright...
«E per questo va elogiato, così come quando durante un convegno elettorale ha corretto una signora che aveva definito il candidato democratico "un arabo di cui non si poteva aver fiducia". Onore al merito. Non credo però che eventuali spot su Wright avrebbero ribaltato la situazione. La realtà è che gli americani non volevano le solite polemiche, ma un messaggio costruttivo e infatti non hanno prestato ascolto alle polemiche sull'ex terrorista Ayers».
C’è chi dice: Obama ha vinto perché disponeva di più fondi. Condivide?
«Solo in parte. Per la prima volta i democratici hanno ricevuto più finanziamenti dei repubblicani e hanno potuto contare anche su una mobilitazione straordinaria dei volontari, che però sarebbe potuta diventare caotica. La differenza vincente è data dalla capacità di gestire un'organizzazione mastodontica, mantenendola efficiente, precisa, ben coordinata. Questa campagna farà scuola».
E che presidente sarà Obama?
«Molto pragmatico. Sbaglia chi pensa a un governo liberal, ovvero di sinistra. Barack è un moderato che cercherà di costruire sul consenso, spesso bipartisan, il cambiamento promesso agli americani».
MF