Il politologo: «Dietro le proteste c’è la sinistra»

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

Da una parte De Villepin, Chirac, Sarkozy, dall’altra gli improvvisati capi del movimento studentesco, i segretari dei sindacati. I leader politici della gauche sembravano spariti di scena, tagliati fuori da una protesta apparentemente spontanea. E invece... Il professore Marc Lazar è il direttore della Scuola dottorale di Science politique di Parigi; un intellettuale prestigioso, che propone una lettura originale e sorprendente della crisi che da tre settimane mette in subbuglio la Francia.
Qual è il gioco della sinistra?
«I partiti della gauche non hanno avuto un ruolo marginale. Al contrario: questo movimento è stato creato e incoraggiato da loro. Da gennaio hanno mobilitato tutte le loro forze - sindacati, attivisti, simpatizzanti - per suscitare la protesta dei giovani. E ce l’hanno fatta».
Vuole dire che gli studenti sono manipolati?
«Io non credo alla manipolazione, però è innegabile che c’è stata un’opera di sensibilizzazione capillare, attraverso l’informazione e la propaganda. Questo non vuol dire che tutti gli studenti siano di sinistra: la maggior parte di loro se ne infischia della politica; ma le conseguenze della protesta sono esattamente quelle auspicate dalla gauche».
Perché nessuno tra i leader – Jospin, Segolène Royal o Fabius – ha preso la testa?
«Perché la sinistra non ha ancora scelto il candidato presidenziale, dunque nessuno ha la forza di emergere. Lo scopo era di far dimenticare le divisioni interne e di mettere in difficoltà il governo di centrodestra ed è stato centrato».
È vero che i docenti, che in maggioranza sono di sinistra, hanno contribuito ad attizzare la rivolta?
«Sì, nei licei e nelle facoltà di provincia, in particolare a Rennes, dove è iniziata la contestazione. I docenti sono contrari alla flessibilità, dunque hanno appoggiato la ribellione contro il Contratto di primo impiego. Non però la fascia alta degli intellettuali, che in genere sostiene i processi di liberalizzazione. L’ampiezza del movimento di protesta li mette in imbarazzo. E la maggior parte di loro tace».
De Villepin può ancora sperare di vincere le presidenziali?
«Qualunque sia l’esito del braccio di ferro, ormai è fuori gioco».
Resta il fatto che è difficile governare la Francia. Il Paese è allergico alle riforme?
«Penso che assistiamo a una forte crisi di identità e alla fine del cosiddetto riformismo dall’alto, ovvero al processo, tipicamente francese, in base al quale sono le élites a decidere autonomamente quali siano le soluzioni migliori per il Paese. È l’essenza del gollismo, che però è efficace solo quando il popolo crede nella classe politica. Ora invece prevale la sfiducia nei confronti dei partiti. De Villepin non lo ha capito e ha tentato di imporre la legge senza consultarsi con la società civile, che si è ribellata proprio perché diffidente».
Ma anche la sinistra governava dall’alto...
«Senza dubbio. Ad esempio quando impose la legge assurda delle trentacinque ore, contro cui ovviamente nessuno si ribellò perché non richiedeva sacrifici ai lavoratori».
La classe politica francese saprà cambiare il proprio atteggiamento?
«È presto per dirlo. Di certo oggi la spinta politica parte dal basso e non è destinata ad esaurirsi. Si è manifestata in occasione del voto sul referendum europeo e continuerà anche dopo la conclusione della crisi del Contratto di primo impiego. Non sono soltanto i giovani, i disoccupati e gli emarginati a sentirsi in disagio, ma anche la classe media. È un problema culturale, sociale, antropologico, che richiede risposte nuove».
marcello.foa@ilgiornale.it