La polizia cinese spara sulla folla: forse trenta morti

È il più grave episodio dopo Tienanmen. Gli abitanti di un villaggio protestavano per le loro terre espropriate

Nicola Greco

Sotto attacco in tutto il globo per il mancato rispetto dei diritti umani, la Cina si trova ora a dover giustificare agli occhi del mondo una sanguinosa repressione di una manifestazione di contadini in un villaggio del sud, dove la polizia ha sparato sulla folla uccidendo almeno tre persone e ferendone otto. Tre dei feriti sono gravi. Ma secondo gli abitanti della cittadina le vittime sarebbero tra i venti e i trenta.
L’incidente, il più grave dalla strage della piazza Tienanmen, nel giugno del 1989, si è verificato martedì scorso nel villaggio di Dongzhou, villaggio appartenente alla municipalità di Shanwei, nella provincia meridionale di Guangdong, ma soltanto ieri le autorità cinesi hanno ammesso l’accaduto.
Consapevole del gravissimo danno d’immagine, il governo di Pechino tenta di correre ai ripari fornendo una versione ufficiale che contrasta con le notizie fornite dagli abitanti del luogo e dai gruppi per i diritti umani.
La manifestazione di protesta era stata provocata dai mancati indennizzi per l’esproprio delle loro terre, confiscate per costruire una centrale eolica. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, i manifestanti hanno attaccato la centrale lunedì e martedì scorsi. Il 5 dicembre, afferma l’agenzia, i dimostranti hanno provocato una prima interruzione di energia. Il giorno dopo si sono presentate più di 500 persone, «guidate da istigatori» e armate di «coltelli, lance di acciaio, bastoni, polvere da sparo, bottiglie molotov e detonatori da pesca». La polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti e ne ha arrestati due. Ma gli abitanti del villaggio hanno tentato di liberarli lanciando esplosivi contro le forze dell’ordine, che hanno sparato, provocando tre morti e otto feriti. «La polizia è stata costretta ad aprire il fuoco, e nella confusione tre contadini sono morti», scrive l’agenzia Xinhua, mentre gli abitanti sostengono di aver lanciato contro gli agenti soltanto fuochi d’artificio e non esplosivi.
Sono dovuti passare quattro giorni dai fatti perché le autorità cinesi uscissero dal silenzio. Il quotidiano ufficiale di Canton Guangzhou Daily scrive che l’uccisione dei manifestanti sarebbe stata un errore, e che la Procura della città di Shanwei ha ordinato l’arresto dell’ufficiale che ha dato l’ordine di sparare. Il giornale parla di una «situazione confusa», e afferma che «il comandante sul posto ha avuto una gestione impropria provocando morti e feriti accidentali», e che è stato arrestato in base alla legge.
Diversa, come si è detto, la versione della gente del luogo. Una studentessa ha telefonato all’agenzia Reuters affermando che i disordini principali si sono verificati martedì, e che la polizia ha ucciso due abitanti del villaggio. «Il giorno dopo alcune famiglie si sono accorte della mancanza di 20 dei loro componenti», afferma la studentessa. Da giovedì, ha aggiunto la giovane, la città di Shanwei è pattugliata dalla polizia, che non è più dotata di armi da fuoco ma di manganelli. Nella città regna l’ordine.
L’arresto dell’ufficiale che ha dato l’ordine di sparare - e il cui nome non è stato reso noto - non ha precedenti nel regime comunista. Le autorità cinesi stanno evidentemente tentando di placare l’ira della gente del villaggio, come suggerisce anche l’annuncio che squadre mediche sono state inviate a Shanwei per curare i feriti.
Secondo il giornale in lingua inglese Asia Observer, gli abitanti di Shanwei danno una versione completamente diversa degli episodi di violenza, e sostengono di aver sentito colpi d’arma da fuoco per almeno 12 ore dopo gli scontri con la polizia. Il governo, inoltre, attribuisce le proteste alle terre requisite per costruire una centrale eolica, mentre i locali affermano che la disputa riguarda un’altra centrale, a carbone.
Secondo fonti governative, la Cina ha dovuto affrontare più di 70.000 casi di proteste e disordini rurali lo scorso anno.