La polizia della City combatte contro la «paura del giovedì»

L’escalation dei fondamentalisti ha cambiato la vita quotidiana della capitale

nostro inviato a Londra
Non c'è nessun oratore a Speaker's Corner. Del resto non c'è un'anima, in tutto Hyde Park, che sembri aver voglia di ascoltare. Anche il chiosco di «The Honest Sausage», l'onesta salsiccia, dove un cartello promette birra gratis a chi prende un piatto completo di maiale e patate, non riesce ad attrarre un cliente che sia uno. «È così da stamattina», ammette stringendosi nelle spalle la ragazza pallida che sta dietro il bancone. Intorno, soltanto la solita pioggerellina, piccioni grassi come tacchini e qualche coraggioso che fa jogging. Tutto il resto è vuoto. E silenzio. Sì, è stato uno strano giovedì di inquietudine, se non di paura, quello vissuto ieri dai londinesi. Già, un giovedì. Proprio come il 7 luglio scorso, quando quattro bombe vigliacche portarono la morte tra chi andava al lavoro, a studiare, a confortare un ammalato in ospedale. E guarda tu, a pensarci bene, quando si dice il caso. Un giovedì come il 21 luglio, due settimane dopo, quando altri quattro ordigni - Dio sia lodato abortiti! - non uccisero nessuno, se non il morale di sette milioni di persone.
«Un giovedì, un giovedì e di nuovo un giovedì». Alla fine la gente ci pensa. E così, in un Paese protestante e per nulla latino, che quindi non può concedersi il lusso mediterraneo di essere fatalista, le coincidenze diventano con logica pragmatica soltanto ferree statistiche. E quelle non aiutano certo a vivere la vita. Eppure Londra tira ammirevolmente avanti, con l'ottimismo dei suoi mille cantieri aperti, con la costruttiva civetteria di voler continuare a farsi ancor più bella - ma sarà mai possibile, più di così? - ingabbiata com'è dagli scaffolding (molto più snob di impalcature!) che avviluppano i palazzi da restaurare. Lo ha fatto anche ieri, in una giornata da far impallidire di superstizione un gatto nero, da far trincerare in casa i più pavidi, da far aprire ancor di più gli occhi alle persone semplicemente accorte.
Insomma, una giornata particolare, percorsa da una tensione che si taglia col coltello. Basta guardarsi attorno. Dai finestrini dei rossi double deck, che viaggiano semivuoti, i rari passeggeri appena saliti scrutano i loro compagni di viaggio in cerca di lineamenti sospetti nascosti dietro un volto da bravo ragazzo, o di zainetti ancor più temibili. Scrutano, ma sono a loro volta scrutati. E poi dai loro «oblò» sembrano guardare te, che invece cammini all'aperto, seguendoti con un'invidia inquieta mentre il bus si allontana. Rimangono vuoti, e fermi - ce ne sono almeno quattro, in fila a Marble Arch, ed è l'ora di punta - anche i torpedoni dei giri panoramici. Autisti, guide e bigliettai, inoperosi sul marciapiedi con i loro blocchetti di tickets e i loro discorsi turistici in tante lingue, non possono far altro che stringersi nelle spalle e sorridere, come la ragazza pallida che a Hyde Park spera di vendere le sue oneste salsicce. «No, oggi non è giornata», dicono con gli occhi, senza nemmeno parlare.
E tutto attorno è tensione. Che in questa strana Londra del luglio 2005 ha ormai anche un suo colore, il giallo fosforescente dei giubbotti indossati dall'esercito di agenti e poliziotti che pattugliano ogni angolo della città, ogni stazione della metropolitana e di bus, ogni obiettivo cosiddetto sensibile: dalla gigantesca aquila dorata che sembra spiccare il volo dal tetto dell'ambasciata americana a Ronald, il clown-mascotte di cartapesta seduto fuori da ogni McDonald's, dalla banca danese alla scuola ebraica. «È la più grande operazione di sicurezza dalla Seconda guerra mondiale», precisa il capo di Scotland Yard, sir Ian Blair, a conferma che anche qualcuno in alto si è accorto che ieri era di nuovo giovedì. «È la più grande operazione che la polizia abbia mai effettuto lungo la propria rete dei trasporti», gli fa eco il portavoce della British Transport Police, Simon Lubin, pur senza fornire le cifre.
Cifre che del resto non servono: di che cosa fosse ieri Londra se ne accorgeva anche un bambino. E a colpire, appunto, era quel giallo innaturale, acido e sgradevole, addosso a poliziotti armati fino ai denti, accecante e inquietante versione dei «bobbies» disarmati, e in nero, della perduta Swinging London. Quella Londra - maledetta nostalgia! - della nostra gioventù. Fatta di cose piccole come minipull, minigonne e Mini Cooper. E di giganti: come i Beatles, gli Stones e Mary Quant. Forse, è vero, ci sarà scappato anche uno spinello, ma era la cosa più «esplosiva» di quegli anni. Comunque erano davvero tanti, ieri, gli agenti armati e poco inclini al sorriso. A ogni angolo di strada. In Grosvenor Square, dove si affacciano le ambasciate americana, italiana e canadese, è quasi uno scenario di guerra, con muretti New Jersey, griglie e reti metalliche dovunque, per rallentare eventuali autisti suicidi. Sembra Bagdad, ricorda Beirut.
Un poliziotto nero armato di mitra, gigantesco e dalla grinta poco rassicurante, mi schiaccia letteralmente sotto un'occhiata lanciata dall'alto dei suoi due metri. «Perché questo che arriva - sembra stia pensando - viene avanti tenendo la mano in tasca? Avrà una pistola?». «Buono agente - penso io - è il maledetto cellulare». Già, e ci mancherebbe soltanto che si mettesse a squillare proprio adesso.