La polizia ha seguito un pacco partito dalla casa della moglie e arrivato al suo rifugio. Davanti alla questura di Palermo la gente lo insulta: «Bastardo» Arrestato Provenzano, il padrino dei latitanti Dopo 43 anni preso a Corleone il superboss: viveva

Il blitz ieri mattina. Il capomafia non ha opposto resistenza

Marianna Bartoccelli

nostro inviato a Palermo

Da giorni seguivano quel pacco che dalla casa di Corleone passava di mano in mano. Sino a quando ieri mattina quello stesso pacco è stato ritrovato davanti al casolare che da settimane era sotto controllo. Con grande calma e freddezza hanno aspettato: bisognava essere certi che dentro quel casolare ci fosse qualcuno. Avevano già notato che un signore stava a brigare sul tetto per montare un’antenna e che qualcuno da casa dava indicazione su come posizionarla. Dalle prime ore del mattino tengono gli occhi puntati sulle telecamere posizionate attorno. Così mentre i media di tutta Italia cercavano di mettere a punto i caotici risultati elettorali, un gruppo di poliziotti della Mobile di Palermo, di agenti dei Servizi speciali operativi, e dell'Anticrimine nazionale, guidati da Renato Cortese dello Sco (da mesi trasferito a Palermo per riuscire nell'impresa impossibile) circondano la casa e aspettano di capire se il loro uomo è li dentro. A un tratto una mano esce dalla porta a prendere una ciotola con della ricotta lasciata all'ingresso. Si rendono conto che il loro sospetto è certezza: dentro c'è qualcuno. Decidono di azzardare. Sono convinti che quella mano è di «lui». Lui, zu Binnu, u tratturi, il boss dei boss, la primula, il latitante per eccellenza. Colui che per 43 anni è riuscito a sfuggire a qualunque ricerca, a gabbare qualunque controllo, a fare nascere due figli in clinica, a curarsi, a controllare ogni mossa di Cosa Nostra, a rimanere il capo dei capi, senza lasciare mai traccia di sé.
Quando il commando fa irruzione, nella casa appena scaldata dallo scirocco dei due giorni precedenti, l'atmosfera diventa di fuoco. L'emozione è grande: «È lui, è lui si ripetono tra di loro. E zu Binnu non fa alcuna mossa, rimane tranquillo, non dice nulla, ma non nega neanche di essere Bernardo Provenzano. Rimane al tavolo dove si apprestava a scrivere uno dei suoi mille «pizzini», unico strumento di comunicazione con il resto del mondo. Sul tavolo anche una macchina da scrivere elettrica. Accanto la sua stanza un magazzino dove il pastore Giovanni Marino(anche lui arrestato), proprietario della casa, faceva la ricotta. Intanto a pochi metri della casupola è atterrato l'elicottero della polizia. Tutto si svolge con surreale tranquillità. Provenzano chiede di prendere una busta con le sue medicine e di fare la solita iniezione. Indossa un giubbotto bleu, sopra la camicia e i jeans, riannoda il foulard di seta bianca che lo accompagnerà per tutto il giorno. Poi via, sopra l'elicottero, direzione aeroporto di Boccadifalco, dove è aspettato dal procuratore Grasso della Dna e da Nicola Cavaleri, capo del Dac. È più sicuro trasportare quel «prezioso» prigioniero senza fargli percorrere la tortuosa strada che dal paese porta a Palermo. Nel casolare rimangono i due magistrati del pool Provenzano, Michele Prestipino e Marzia Sabella. La perquisizione è d'obbligo, e così macchina da scrivere, stufetta, carte e poveri oggetti di arredo vengo fatti caricare su un furgone. Poi via a Boccadifalco, per il primo interrogatorio. Il procuratore Grasso lascia il campo agli uomini della procura di Palermo (ai due si aggiunge anche Giuseppe Pignatone) e prima degli altri va davanti la squadra mobile di Palermo. È accolto dalle ovazione della gente che si è subito raccolta, applausi: «Grasso-Grasso». La conferenza stampa verrà fatta a Roma, insieme al Ministro Pisanu e al capo della Polizia, Giovanni De Gennaro. Ma a Palermo il procuratore della Direzione Antimafia non rinuncia a esprimere la sua grande soddisfazione. «È lui, è veramente lui non è un fantasma», rassicura. E poi: «È stata una perfetta operazione di autentiche indagini. Nessun pentito, nessun appoggio esterno, né altro. Telecamere, pedinamenti e intuito. Alta tecnica investigativa. Attorno a lui eravamo riusciti a fare terra bruciata, arrestando quasi tutti i suoi collaboratori e coloro che lo aiutavano. E sono stati in tanti ad aiutarlo: politici, imprenditori e professionisti».
Passano pochi minuti e le sirene precedute da più di un'auto che trasportano i poliziotti del blitz con i volti coperti, portano dentro la squadra mobile il grande ricercato. Agli applausi per Grasso si sostituiscono i fischi per il boss: «Bastardo, mafioso di m...», gridano. Passa più di un'ora, e poi i magistrati lasciano la questura alla volta di Roma. Dopo un po’, Binnu Provenzano: viene portato fuori e fatto salire in macchina consentendo alle telecamere di fissare l'immagine vera, per la prima volta, del grande latitante. Spicca il suo foulard bianco, e uno strano sorriso che pare non lo abbia lasciato un solo istante. Un elicottero di Stato lo porterà in un carcere segreto. Quando va via esplode un applauso liberatorio anche da parte della gente e degli stessi poliziotti schierati davanti la Mobile.