La Polizia vuole cacciare l’omicida, il Tar gli dà permesso di soggiorno

Il lungo viaggio della detenzione può portare ad un rinnovamento, ad un cambiamento tale che anche il più grave dei reati, l’omicidio, non sia d'ostacolo per ottenere il permesso di soggiorno. Capita a Milano, dove un cittadino tunisino dopo essersi visto negare la regolarizzazione dal Questore si è rivolto al Tar ottenendo il salvacondotto per restare regolarmente in Italia. Il suo sarebbe uno dei tanti, tantissimi ricorsi che affollano le udienze dei giudici del Tribunale amministrativo regionale se non fosse che il protagonista della vicenda giudiziaria si chiama Salem Razak, finito sulle pagine della cronaca cittadina 15 anni fa quando in un appartamento di corso di Porta Ticinese ammazzò a coltellate il connazionale con cui divideva la casa per una piccola lite, una divergenza su come suddividere le spese condominiali. Era la sera del 30 luglio del 1996 e agli investigatori della sezione omicidi della Mobile era stata sufficiente in una manciata di ore per risolvere il giallo dell'omicidio del tunisino Mongio Ouerghemmi, 33 anni muratore accoltellato sul pianerottolo di casa. A ucciderlo era stato proprio il convivente, l’uomo che per primo aveva dato l’allarme segnalando il grave episodio di sangue: Salem Razak, all’epoca dei fatti 27 anni, cuoco e imbianchino. Lo stesso che ieri ha ottenuto dai giudici del Tar il sì definitivo per il permesso di soggiorno perché «nel caso di specie non può non tenersi conto del percorso penitenziario del ricorrente e delle valutazioni operate dalla Magistratura di sorveglianza» ha scritto il giudice nella sentenza. Condannato per omicidio volontario aggravato l’uomo ha trascorso 12 anni in prigione. E se per un omicidio sembrano pochi c’è da aggiungere che dal maggio del 2008 «quando si trovava ancora in regime di affidamento egli lavora regolarmente e tale lavoro è proseguito anche dopo l’estinzione della pena che è avvenuta nel marzo del 2009». Tutte circostanze che depongono a favore, tanto che il giudice che ha anche invitato il questore a riformulare il proprio giudizio di pericolosità rispetto al tunisino sulla base dei nuovi elementi concreti. La questura infatti aveva bocciato la richiesta di permesso di soggiorno motivando la decisione con la gravità del reato commesso. Secondo la legge entrata in vigore nel 2002 (la Bossi-Fini) l’omicidio rientra tra i reati, insieme allo spaccio e allo sfruttamento della prostituzione, per i quali non si può più ottenere il documento per soggiornare in Italia. In questo caso però, per un omicidio commesso nel 1996 scrive il giudice «non può scattare in modo automatico l'inammissibilità del rinnovo del permesso, poiché la valutazione di pericolosità deve essere compiuta in concreto». Insomma da un lato «non si possono fare discendere gli effetti peggiorativi di una disciplina sopravvenuta a coloro che al momento della commissione del reato non potevano rappresentarsi le conseguenze che la loro condotta avrebbe avuto circa la possibilità della permanenza in Italia». Dall’altro «non può non tenersi conto del percorso penitenziario del ricorrente e delle valutazioni operate dalla Magistratura di sorveglianza».