Poliziotta per amore del marito assassinato

Stefano Filippi

nostro inviato a Verona

Rossella aveva un sogno da bambina: fare la poliziotta. Giocava con le bambole ma pensava a catturare i banditi, alle volanti, alla divisa blu. Ne aveva sposato uno, di poliziotto. I suoi desideri si erano realizzati nell'uomo che le viveva a fianco, l'agente Giuseppe Cimarrusti, era orgogliosa di lui e sorrideva per questo amoroso scherzo del destino. Un anno fa, una notte di neve, Cimarrusti è morto in una sparatoria assieme a un collega di pattuglia, Davide Turazza, una prostituta ucraina e uno spietato investigatore privato. Quattro morti sull'asfalto ghiacciato alle porte di Verona. Ieri, 14 mesi dopo la tragedia, l'agente Rossella La Montanara vedova Cimarrusti ha giurato fedeltà alla patria e indossato la stessa uniforme del marito. «Giuseppe era fiero della sua divisa, lo sarà anche della mia». Poliziotta. Il sogno di bimba è realtà, a carissimo prezzo.
«Ci pensavo fin da prima di conoscere lui, ma finché ci sono stati i concorsi ero troppo giovane, e quando ho avuto l'età giusta non ne sono stati più banditi», racconta. E dopo la morte del marito, non ha avuto esitazioni a presentare la domanda per entrare in polizia. «Fu una collega e amica di Giuseppe a dirmi della legge che favorisce l'ingresso ai familiari delle vittime; così il 21 marzo dello scorso anno, a un mese esatto dalla strage, ero a Roma per le visite mediche». Ha giurato ieri con gli altri 21 allievi del 162° corso della Scuola di Peschiera. Un corso speciale, frequentato per metà da familiari di agenti morti o resi invalidi in servizio, e dedicato al vice sovrintendente Eros Bergamasco, istruttore a Peschiera deceduto in un incidente stradale lo scorso 20 ottobre.
L'agente La Montanara ha 23 anni, Cimarrusti ne aveva 26. Entrambi pugliesi di Conversano, si erano conosciuti giovanissimi in paese. Nel 2001 lui fu trasferito a Verona, dove avrebbe ritrovato amici tra cui Marco Odorisio, il capo della squadra mobile scaligera con cui giocava a calcetto tutti i giovedì sera, dalle nove alle dieci. La permanenza al Nord sarebbe durata sette-otto anni, così i ragazzi decisero di sposarsi e trasferirsi assieme. Quattro anni di vita serena, come può esserlo la vita della moglie di un poliziotto.
La sera del 20 febbraio dell'anno scorso Giuseppe Cimarrusti era di pattuglia con un collega veronese, Davide Turazza. Un uomo che aveva voluto fare la stessa vita del fratello Massimiliano, agente delle volanti, e al quale il destino ha riservato anche la stessa morte: ucciso in un conflitto a fuoco. Sull'auto di servizio erano in perlustrazione lungo la statale che unisce Verona a Peschiera, un rettilineo dove giorno e notte si contano più prostitute che alberi. Verso le 2,20 l'eco di uno sparo li fece fermare in una piazzola davanti a un rivenditore di camper e roulotte: una donna era esanime a terra, un uomo armato di pistola stava risalendo in auto. Riaprì il fuoco appena li vide. Fu un inferno, morirono tutti, gli agenti, la lucciola, l'ucraina Galyna Shafranek, e il killer, Andrea Arrigoni, un detective bergamasco ex guardia padana dalla doppia vita che - si seppe qualche mese dopo - aveva già ucciso una squillo albanese e sulla statale 11 aveva aggredito e taglieggiato molte ragazze.
«Ci eravamo sentiti attorno all'una - ha raccontato Rossella al quotidiano L'Arena - quando era in servizio lo chiamavo per salutarlo prima di dormire. Mi disse: ci vediamo domani mattina, ti porto la colazione. Furono le sue ultime parole. Verso le quattro fui svegliata dal suono del campanello. Era un collega di Giuseppe che mi diceva di aprire e di stare tranquilla. Ho cercato di rintracciare mio marito sul cellulare, non rispondeva, ho fatto alcuni tentativi. E ho capito».
Non ci sono rabbia né rancore nei grandi occhi neri dell'agente La Montanara. L'hanno mandata alla Scuola di polizia di Peschiera, vicina a Verona e al luogo della sparatoria: «È stato un bene ritornare così presto, ho superato il trauma, ho trovato persone che mi hanno aiutato. Mi dispiace andare via». Sarà destinata a una località non lontana dalla famiglia d'origine, forse proprio Bari. A lei si sono stretti ieri il prefetto Italia Fortunati, il direttore interregionale della polizia per il Veneto Biagio Gilberti, il questore Luigi Merolla, il procuratore capo Guido Papalia. C'erano i genitori. E c'era anche Maria Teresa Turazza, la madre dell'altro agente morto. Aveva due figli poliziotti, li ha persi entrambi. Si sono abbracciate in silenzio.
Stefano Filippi