Poliziotto encomiato finisce «mobbizzato»

Quando lo vedi ti sembra di avere davanti Luca Zingaretti, il commissario Montalbano della tv. Ma non siamo sul set di una fiction. Il poliziotto che racconta al Giornale la sua storia è un poliziotto vero, un investigatore pluridecorato con 23 anni di servizio, sei dei quali trascorsi in missioni all’estero. In Italia ha lavorato due anni in prima linea, a combattere le infiltrazioni della mala. Tutto questo per portare a termine con successo, con tanto di encomio da parte dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, operazioni come «Black Rain» e «Anco Marzio». Indagini sui clan mafiosi che spadroneggiavano nel Lazio, riciclavano denaro, gestivano il narcotraffico, erano collegati con clan affiliati in paesi esteri. Indagini che portarono all’arresto di 20 malavitosi e al sequestro di 75 chili di cocaina. Eppure oggi P.F., 42 anni, assistente capo, è forse il primo investigatore «mobbizzato». Attualmente, oltre a essere stato ricoverato per due volte al Centro anti-mobbing del Policlinico Umberto I, è in cura al Dipartimento di igiene mentale della Asl Roma D. Soffre di disturbi psicosomatici, gastrite, stati d’ansia reattiva. Dopo una guerra giudiziaria che dura da due anni, al posto di encomi e medaglie gli sono stati chiesti indietro 27mila euro per le missioni svolte per le operazioni «Black Rain» e «Anco Marzio». Missioni che per una serie di incongruenze non sono state più considerate tali.
Partiamo dall’inizio...
«Dopo una lunga scia di sangue lasciata dai clan in lotta per il controllo del narcotraffico nel litorale laziale, culminata con l’uccisione, nel settembre 2002, del boss Paolo Frau, la squadra mobile di Roma di Francesco di Maio, decise che era giunta l’ora di un repulisti. Così misero in piedi un pool composto da alcuni di noi, esperti del territorio e degli insediamenti mafiosi nella zona. A condurre le indagini all’epoca era l’ex capo della mobile, Alberto Intini, a coordinarle il pm Adriano Iasillo. Si lavorava sull’omicidio Frau e sulla presenza di clan mafiosi sul territorio; su entrambi i filoni la Dda aprì fascicoli».
Poi cosa accadde?
«Nel febbraio 2003 scrivemmo un’informativa sugli insediamenti mafiosi sul litorale e i collegamenti con alcuni Paesi dell’America Latina. La Dda per due volte chiese di mandare due di noi in Costarica e Brasile. Tutte e due le volte la missione abortì. A settembre ci allontanarono dall’operazione senza motivo. Si cominciò a parlare di lettere anonime inviate al ministero per screditare la nostra immagine e credibilità. Stranamente nel febbraio 2004 ci richiamarono in servizio per chiudere, a novembre, l’operazione Anco Marzio».
Ma i problemi non sono finiti.
«A sei di noi, che lavoravamo con altri 15 colleghi della I sezione della mobile di Roma, nel marzo 2005 arrivò la richiesta da parte del Trattamento economico pensioni di risarcimento per le missioni effettuate nel corso dei due anni. Cifre tra i 10 e i 30mila euro che avremmo dovuto restituire con trattenute dalla busta paga. Dicevano che svolgevamo missioni nello stesso luogo di residenza, quando noi operavamo su tutto il Lazio. Presentammo ricorso a De Gennaro, un dirigente venne negli uffici di Fiumicino e acquisì, a mio avviso in modo fraudolento, i nostri turni di servizio. Alla fine fece una relazione di servizio che stabilì che la missione era pertinente, quindi avevamo diritto a quei rimborsi, ma in diverse occasioni non ci saremmo recati fisicamente a svolgere il nostro lavoro. Una pura menzogna nata dall’ennesima lettera anonima. La procura di Civitavecchia intanto aveva aperto un fascicolo».
Le cose precipitano...
«Inizia la persecuzione per noi sei: trasferimenti, mansioni minori. E a inizio 2006 arriva per posta in forma anonima, a tutti noi che avevamo svolto le missioni, una lettera di encomio datata 15 marzo 2005 da parte del Capo della Polizia. Paradossale, no?».
Inizia la guerra giudiziaria
«Il ricorso al capo della Polizia fu rigettato dopo un anno. Chiedemmo invano l’accesso agli atti. Solo dopo essere passati alle minacce di denunce per omissioni, ci consegnarono i documenti e scoprimmo che il funzionario Tep aveva tenuto un anno fermi i risultati dell’ispezione senza pronunciarsi. Intanto da Fiumicino era scomparsa la documentazione acquisita dal funzionario del Tep. Per questo il 14 aprile abbiamo depositato il ricorso in auto-tutela al Capo della Polizia, ma tutto tace».
Questa storia che danni ha causato nella sua vita?
«Enormi. Sono stato costretto a rivolgermi a un pool d’avvocati, ma non avevo soldi. Il nostro ente previdenziale mi negò un prestito, ho venduto la casa. Da due anni sono in aspettativa per malattia al minimo di stipendio. Il Dipartimento di Salute mentale della Asl Roma D certifica un danno biologico del 10 per cento; soffro di disturbi psico-somatici dovuti a tutta questa faccenda. Mi riservo di denunciare i gravi fatti all’autorità giudiziaria ma confido nell’autorevole intervento del nuovo capo della Polizia, Antonio Manganelli, affinché sia fatta luce su una vicenda che mi ha rovinato la vita».