Pollack: la Kidman e Penn in un intrigo internazionale

Ieri a Roma il regista ha presentato il suo «The Interpreter» girato all’Onu

Pier Francesco Borgia

da Roma

Sydney Pollack, premio Oscar per La mia Africa, vanta un primato davvero invidiabile: è il primo regista ad aver ottenuto il permesso di usare il palazzo dell’Onu a Manhattan, come location per un film. Il suo ultimo film, che si intitola The Interpreter e che sarà nelle sale italiane venerdì, distribuito dalla Eagle Pictures.
Girare dentro il Palazzo di Vetro non è cosa facile e lo stesso Pollack la definisce «un’esperienza straordinaria, davvero unica». Tanti i motivi per considerarla tale. Proprio partendo dal «primato» prima accennato. Ci aveva già provato Hitchcock a girare alcune scene di Intrigo internazionale dentro la sede delle Nazioni Unite. Allora il permesso gli fu negato e così il celebre regista inglese fu costretto a far ricostruire la hall del Palazzo di Vetro per una scena di una paio di minuti. «Sono sicuro che se fosse vivo, oggi Hitchcock riuscirebbe a farsi dare quel permesso - commenta sornione l’autore di I tre giorni del Condor e Come eravamo -. Sono stato più fortunato di lui semplicemente perché sono arrivato quasi mezzo secolo dopo».
Il problema maggiore per le riprese di questo thriller, ambientato tra i pericolosi labirinti della diplomazia internazionale, era rappresentato dagli stessi ambasciatori. «Ne ho conosciuto molti. E tanti di loro volevano comparire nel film. Se lo avessi fatto - ricorda Pollack - avrei dovuto infilarli tutto per evitare gaffe diplomatiche».
Il film nasce da un soggetto di Martin Stellar e Brian Ward e racconta la storia di una interprete dell’Onu che si trova per caso ad ascoltare una conversazione riservata in cui si annuncia l’attentato ai danni di un dittatore africano mentre affronta l’assemblea generale delle Nazioni Unite. La protagonista ha il volto bello ed enigmatico di Nicole Kidman. Al suo fianco troviamo Sean Penn nei panni di un agente dei servizi segreti americani incaricato di garantire l’incolumità di questo dittatore durante il suo soggiorno a New York.
«Ciò che più mi ha stimolato di questo soggetto era la possibilità di portare al cinema la burocrazia interna alle Nazioni Unite - spiega Pollack -. Un terreno ancora poco battuto nel cinema ma molto adatto a raccontare i paradossi del nostro mondo». Uno di questi paradossi è la fiducia che Sonia Broome (la Kidman) ha nel lavoro della diplomazia e soprattutto nel ruolo del dialogo. «Per me era importante - racconta il regista americano che questa sera presenterà il film in anteprima al pubblico dell’Auditorium di Roma - costruire un argomento forte sul ruolo della diplomazia. D’altronde non c’è un’alternativa valida all’Onu. Quindi ho sentito la necessità di diffondere un messaggio che sottolineasse l’importanza delle parole contro le armi».
«Certo - aggiunge il cineasta - l’immagine dell’Onu è stata molto offuscata dagli ultimi eventi internazionali, a iniziare dalla guerra in Irak. Ma io faccio film. E almeno al cinema è doveroso portare avanti l’idea che la diplomazia abbia un futuro».
Il pubblico del cinema, poi, è cambiato dagli anni Settanta a oggi. Allora c’era la possibilità di veicolare un tema politico anche con un thriller. Oggi si girano molti docu-film e il thriller è ingabbiato in griglie molto rigide. «I miei film - commenta Pollack - hanno spesso contenuti politici. Devo però sempre ricordami che il motivo per cui mi pagano è di intrattenere il pubblico. Insomma sono come Sherazade: devo evitare di annoiare, pena la morte».
«La sceneggiatura de The Interpreter, però, mi ha stimolato anche per il ruolo della protagonista - aggiunge Pollack - per il quale ho pensato subito alla Kidman con la quale ho lavorato nell’ultimo film di Kubrick (Eyes Wide Shut). Un’altra attrice con cui adesso vorrei tornare a lavorare è Jane Fonda. Ho visto che ha ripreso a frequentare i set».