Pollastrini, da «Via col vento» alle nozze gay

L’estate scorsa scomodò i vertici della Quercia per salvare la poltrona del marito Pietro Modiano alla direzione generale del San Paolo Imi di Torino

In ombra per 30 anni nel recinto del Pci-Ds milanese, Barbara Pollastrini guadagna ogni giorno di più rinomanza nazionale. A darle l’aire sulle soglie dei 60 anni, la nomina a ministro delle Pari opportunità. Il ruolo, finalmente all’altezza delle sue ambizioni, ringalluzzisce Pollastrini. La signora assapora l’esperienza con la gioia di una debuttante che fa ingresso in società.
Della deb, Barbara ha la freschezza. È una milanesina assai stilée e ben coiffée. Un particolare gusto nel vestire, detto pollastrinesco, le dà un’aria tra Heidi e Alice. Giacchette a fiori, taschine, stringhe, fiocchi e ricametti vari. Habituée degli shopping a Montenapo, ha l’occhio lungo sulle mise delle parlamentari più chic. Le raggiunge in Transatlantico e chiede: «Dove hai preso le scarpe? E il tuo foulard?». È insomma una signora trendy nel look e nella politica. Tutto ciò che è «in» nel sociale, la entusiasma. Stravede per le quote rosa, i Pacs, le fecondazioni assistite, i gay, la multietnicità. Detesta, per converso, il machismo volgare, gli ogm, le radici, il gretto lombardismo dei leghisti.
Per niente scoraggiata dal fatto che il suo ministero è minuscolo, senza portafoglio, di serie B, gli ha ritagliato una fisionomia di guida morale del governo e di lievito della società. Insediandosi, ha fatto un proclama alla De Gaulle: «Il mio è un ministero piccolo tra tante corazzate, ma con la vocazione di essere un radar per gli altri dicasteri. La leva che consente di arrivare a un’Italia più rosa e più giovane». Ossia, un Paese guidato da donne e ventenni, oggi troppo trascurati. Pollastrini ha il genio delle frasi proverbiali e ne depone diverse al giorno. Ha detto: «La sinistra moderna è dalla parte degli ultimi». Ha aggiunto: «L’anima della sinistra consiste nell’allargare la platea degli inclusi e delle opportunità. A partire dalle donne». Le è stato chiesto: «A cosa pensa in concreto?». Ha risposto: «Penso a condizioni di materialità faticosa per un ceto medio in espansione». Se il significato è misterioso, il suono è armonioso e l’emozione garantita.
Barbara è della pattuglia di ministri che, Ferrero in testa, tolgono il sonno a Prodi. Ha il diletto delle fughe in avanti. Il suo primo atto istituzionale è stato partecipare, in giugno, al Gay Pride di Torino. Quando ha annunciato la sua presenza, il portavoce di Professore, Silvio Sircana, ha preso fulmineo le distanze: «Iniziativa personale».
La reazione piccolo borghese ha avuto sulla ministra l’effetto dell’acqua fresca. Ha indossato un bel vestitino verde pisello con fiorellini, un’ultima sbirciata allo specchio e via, mescolata fra i gay festanti. Era accompagnata dal secondo marito, Pietro Modiano, la sua ombra affettuosa. Modiano, detto il «banchiere rosso», è il direttore generale del San Paolo di Torino-Imi, tra i massimi dirigenti bancari italiani. Sono sposati da cinque lustri, non hanno figli e formano un sodalizio familiare di ferro. Quando quest’estate, in vista di una fusione tra banche, il San Paolo stava per defenestrare Modiano, la consorte ha mosso mari e monti. Primo a mettere il veto sulla temuta cacciata, è stato il sindaco ds di Torino, Chiamparino. Ha alzato il telefono e ha chiamato il presidente della banca, Enrico Salza. Gli ha ricordato che il Comune è un potente azionista del San Paolo e che Modiano è uomo di fiducia suo e dei Ds. Poi, con Barbara dietro le quinte, sono intervenuti Fassino e D’Alema. Nel giro di 48 ore, l’allarme è rientrato. Modiano non solo è rimasto, ma ha rafforzato la sua posizione diventando il vicario di Corrado Passera, il timoniere del nuovo colosso bancario. Risuscitato il marito, Barbara lo ha abbracciato e, tra lucciconi di gioia, gli ha detto: «Visto, caro? Ora sei un super direttore generale».
Risolti i problemi dell’alta finanza familiare, la mogliettina d’oro si è rituffata nei problemi dei miseri e degli ultimi. Per mesi si è limitata ad assecondare il volgere delle stagioni con alcune delle sue magistrali frasi brevi e icastiche. Con tono marziale ha detto: «Ricomporre, indicare una direzione di marcia, allargare il progresso». Da filosofa ha aggiunto: «Un nuovo umanesimo, accompagnato da un nuovo illuminismo». In crescendo: «L’amore per la vita ci appartiene». Poi, alla rinfusa: «Laicità senza aggettivi. Laicità come bussola del dialogo. Laicità come speranza di integrazione nell’epoca dell’allargarsi delle passioni tristi».
Infine, ha concluso con empito: «Domani è un altro giorno». È la celebre esclamazione di Rossella O’Hara, la protagonista di «Via col vento» cui la ministra si ispira da decenni. La frase colma di speranza della sua eroina, udita da fanciulla al cinema, le è rimasta così impressa che l’ha ripetuta nelle occasioni chiave della vita privata e politica. Anche in aprile, tre giorni prima delle elezioni, ha organizzato un convegno di donne all’insegna di «domani è un altro giorno» per propiziare la cacciata di Berlusconi.
L’orgia di tante e suggestive parole pronunciate tra l’autunno e l’inverno era però solo un diversivo. Sotto sotto, quatta quatta, Barbara stava preparando l’affondo. Pochi giorni fa, l’annuncio che ha riempito le pagine dei giornali e l’ha imposta all’attenzione del mondo: i Pacs stanno diventando realtà anche nell’arretrata Italia. Entro gennaio, la ministra presenterà un ddl che equipara coppie di fatto e coppie gay a quelle unite in matrimonio. Basterà denunciare agli uffici comunali la convivenza, etero od omo, per avere gli stessi diritti e, ahimè, gli stessi oneri degli sposati. Dagli alimenti in caso di separazione alla pensione di reversibilità, all’eredità, alla prosecuzione del contratto di affitto alla morte del partner. Lanciato il sasso, sono fiorite le polemiche. Per i contrari, il provvedimento introduce una parodia delle nozze che svuota di significato il matrimonio vero. Per i favorevoli, si schiude invece un’era di civiltà che riconosce diritti elementari a coloro che non vogliono o che, come gli omosex, non possono sposarsi. Per i libertini è un doloroso addio al libero amore.
Furibonda la Chiesa che, abituata da secoli a celebrare nozze, è totalmente scavalcata dai Pacs. Imbarazzati i cattolici dell’Unione, incerti tra fede e obbedienza politica. Divisa perfino la Cdl tra conservatori e aperturisti, tanto che il Cav si è sottratto al ginepraio lasciando ai suoi libertà di coscienza. Trionfante la ministra che ha messo in solare evidenza la propria modernità e la forza sottilmente rivoluzionaria di un femminismo che spazza via decrepite consuetudini e trapassati luoghi comuni. In conclusione, un successo personale che fa di Barbarella la punta avanzata dello zapaterismo italico.
Vediamo ora, ripercorrendo la vita pollastrinesca, di rintracciare le scaturigini di tanta ampiezza di idee. Iscritta a Lingue alla Bocconi, Barbarella respira a pieni polmoni il ’68. Milita nel movimento studentesco nella moderata versione milanese del Movimento lavoratori per il socialismo. «Da subito mi ero innamorata della classe operaia», dirà più tardi. Capo del Mls era Renato Mannheimer, il futuro sondaggista. La ragazza, che per i leader ha sempre avuto un debole, gli fece gli occhi dolci e lo conquistò. La nascita della coppia, gettò nella più viva disperazione uno dei giovanotti del servizio d’ordine del movimento, un duro dall’animo gentile. Era Pietro Modiano, già perdutamente invaghito della fanciulla che un giorno impalmerà in seconde nozze. Il giovane, facendo buon viso, si mise in paziente attesa di un’altra occasione per fare sua la bella. Renato e Barbara erano intanto travolti dal turbine dell’amore e dell’impegno politico. Un giorno, su iniziativa dell’inquieto Mannheimer, decisero di passare alla sinistra rivoluzionaria e aderirono a «Servire il popolo». Il capo era Aldo Brandirali, un barbuto ultracomunista che ebbe poi una stupefacente metamorfosi. Aderì al gruppo di Don Giussani di Cl e oggi è consigliere comunale di Fi a Milano. Ma all’epoca era il santone dei maoisti con diritto di ingerenza anche nelle vite private. Fu così che Barbara e Renato chiesero a lui di sposarli. Brandirali celebrò le nozze con un «matrimonio rosso». Una rituale interno della setta che gli adepti adottavano in sostituzione dell’unione legale, ma che valeva meno di uno sposalizio stregonesco del Botswana. Già da questa giovanile disponibilità agli imenéi taroccati, possiamo capire l’attuale inclinazione di Barbarella ai riti nuziali alternativi tipo Pacs. Seminò un’ulteriore confusione nel suo cervello l’utopista francese dell’800, Charles Fourier, oggetto della sua tesi di laurea. Costui, tra le altre cose, detestava la famiglia normale perché opprime la donna costretta a stare a casa e condannata all’inferiorità sociale con l’esclusione dal lavoro. Di qui, l’odio di Barbara per la fallocrazia, il suo veemente femminismo e i tiepidi sentimenti verso l’istituzione familiare. Il che, nella vita reale, non le impedisce però di prendersi cura affettuosa dell’anziana mamma. Né di amare il suo Pietro, che si era rifatto vivo all’istante, dopo il fallimento dello scombiccherato matrimonio con Mannheimer.
Conclusa la parentesi maoista, a metà degli anni ’70 Barbarella entrò nel Pci e fu tra i riformisti milanesi («miglioristi») di Gianni Cervetti. Quando sorse l’astro arruffapopoli di Achille Occhetto, si schierò con lui contro di loro. Accusata di opportunismo, replicò: «Domani è un altro giorno» e pensò all’avvenire. Grazie a Occhetto, divenne numero uno del Pci-Pds a Milano. Quando Max D’Alema defenestrò Occhetto, giurò fedeltà al nuovo capo. Con Tangentopoli, fu imputata di corruzione per la metropolitana milanese. Tra pianti e insonnie, lasciò la politica per tre anni. Assolta, ritrovò il grazioso sorriso. Fu messa a capo delle donne Ds entrando nel gineceo di Livia Turco. Da allora è a cavallo e ora galoppa.