«Polli al prezzo di un hamburger e presto non ne alleveremo più»

Garavello: «Le nostre aziende chiudono: finirà che saremo costretti a importarli dall’estero»

Andrea Fontana

«Finirà che questa estate saremo costretti a importare il prodotto dall’estero, anche se non si sa bene da dove» sentenzia Paolo Garavello, presidente dei grossisti del settore avicunicolo. Effetti paradossali da aviaria: il mercato italiano autosufficiente per uova e carni bianche potrebbe essere obbligato nel giro di qualche mese a rivolgersi a produttori stranieri per avere pollo e tacchino nelle macellerie e nei supermercati. Di conseguenza sempre meno carni nostrane sulla tavola.
Volumi di merce messa in vendita già dimezzati dall’allarme virus scattato tra settembre e ottobre: effetto della calo della domanda, ma anche delle misure preventive che hanno imposto il blocco a molti allevamenti ritenuti a rischio. Ora l’arrivo dell’H5N1 nelle regioni del Sud Italia con il possibile crollo dei consumi potrebbe dare il colpo di grazia a un settore già in grave difficoltà, portando la produzione al 30 per cento delle sue capacità e costringendo i commercianti a guardare fuori dai confini nazionali. Tesi confermata dal direttore generale di Coldiretti di Milano e Lodi: «Se permane l’incertezza di questi giorni ci troveremo in carenza di animali e interrompendo il ciclo produttivo dovremo per forza importare» sottolinea Roberto Maddè. «La produzione è già del 50 per cento in meno rispetto a settembre - spiega Garavello -, anche perché ai vecchi allevamenti potenzialmente soggetti al contagio è stato imposto il divieto di accasamento, cioè l’immissione dei nuovi pulcini».
Paradosso ancora più evidente perché la «punizione» per gli allevatori non dipende dall’inaffidabilità dei centri nostrani: «I nostri sistemi di analisi funzionano, come ha dimostrato il caso Bse. Ogni allevamento viene controllato due o tre volte a settimana - sottolinea Maddè -. Nel 2002-03 quando ci sono stati focolai di aviaria in Lombardia ad esempio nel Bresciano, nel Bergamasco e nel Mantovano siamo intervenuti tempestivamente e non ci sono stati grossi problemi». Proprio l’affidabilità dei controlli è stato uno dei fattori che ha permesso ai polli «made in Italy» di recuperare posizioni nel cuore dei consumatori dopo la bufera di inizio autunno: negli ultimi due mesi, segnala la Coldiretti, c’è stata un’impennata nelle richieste dei milanesi di acquistare uova e carne direttamente dagli allevatori, un modo per avere maggiori garanzie su ciò che si trova poi nel piatto. Un’inversione di tendenza che si è registrata anche nei prezzi, che dopo le oscillazioni dovute all’incertezza hanno imboccato la strada della crescita: a fine 2005 il prezzo del pollo al chilo al mercato all’ingrosso di Milano è sceso anche sotto 1 euro, ora è risalito fino a 1,40-1,50 euro: «Ma siamo ancora sotto il prezzo di costo - precisa Garavello a cui fanno riferimento i 22 grossisti unici per la città di Milano - ed è un prodotto da cui si fanno quattro porzioni, mentre ora viene venduto al prezzo di un hamburger».
Le notizie arrivate sabato dal ministero della Salute sono piombate come una mannaia su produttori e commercianti che già iniziavano a vedere la ripresa e che invece temono il collasso totale. Resta ottimista il direttore milanese della Coldiretti: «Mi sembra che da parte di tutti, dal ministero ai cittadini, ci sia stata una reazione diversa rispetto a qualche mese fa - conclude Maddè -. Mi auguro che una volta superato l’effetto psicologico si torni alla normalità». Lascia meno spazio alle speranze il numero uno dei grossisti: «Ho avuto contatti con i venditori anche degli altri mercati italiani e la situazione è molto dura: il Sud addirittura non ha fatto gli ordini, ha deciso di aspettare a fare il rifornimento. Del resto la verità è questa: chi ha detto “Addio” al pollo a settembre, ora non lo mangia più e lo ha tolto dalla sua dieta».