Pollini offre Debussy agli amanti di Boulez

Basta un po’ di attenzione per rendersi conto che l’ordine di successione dei brani, in un recital, scaturisce da una logica assai simile al «crescendo» rossiniano, secondo la quale il pezzo forte, fatto attendere e sospirare, debba concludere coronandolo il programma. La regola vale anche nei casi in cui per arrivare al sospirato pezzo forte del concerto occorra sorbirsi altri brani che impongono una attenzione non comune nell’ascoltatore per la loro inusualità e difficoltà. Al punto che in taluni casi, il pubblico ha come l’impressione di essere costretto a una penitenza per meritarsi il capolavoro amato. Questa sensazione, ai concerti di Pollini è abbastanza netta, giacché il grande pianista impegnato nella diffusione della musica di oggi, fa sospirare l’amato repertorio, facendolo precedere da autori che noti non sono e facili da ascoltare neanche. Ora, invece, nel corso del festival «Pollini Prospettive», il pianista, sovvertendo le consuete regole ha assunto una decisione che fa onore oltre che alla sua intelligenza alla sua saggezza. Come a dire: chi vuol restare resti, per gli altri ci proverò la prossima volta. Nel concerto di venerdì scorso e in quello di questa sera, ha messo prima l’autore conosciuto - venerdì scorso Chopin, questa sera Debussy - e poi quelli che lui ama tanto, da Nono a Boulez, e che si è impegnato a far conoscere. Chi ha assistito al concerto della settimana scorsa ha verificato che, alla fine del «tutto Chopin», pochi hanno lasciato la sala. Altrettanto Pollini spera per questa sera, quando eseguirà, nella prima parte del concerto, i 12 Preludi (Primo libro) di Debussy, e nella seconda, un brano da far tremare i polsi all’esecutore ( dura mezz’ora circa) e che al pubblico impone di tener aguzze oltre le orecchie la mente: la Seconda Sonata di Pierre Boulez, per terminare con le Variazioni op. 27 di Webern. Per dare un’idea delle difficoltà esecutive della Seconda Sonata di Boulez che Pollini un tempo suonava a memoria, ed ora non più, una volta l’anziano zio del pianista, lo scultore Fausto Melotti, ci raccontò: «Quando Maurizio eseguì per la prima volta la Seconda Sonata di Boulez; una composizione molto complessa, tutta a memoria, Massimo Mila - credo sia stato lui - scrisse all’incirca: non conosco Maurizio Pollini, ma dopo questa performance, confesso che non mi piacerebbe incontrarlo di notte».