Il «Polluce» è la carrozza d’oro di Ferdinando II

Chiedo umilmente aiuto al dottor Granzotto, esperto in cose borboniche. Letto l’appassionante articolo di Stefano Passaquindici sull’imminente recupero del relitto del vascello a ruota Polluce sono rimasto pieno di dubbi. Perché l’oro napoletano era su una nave sabauda? Perché Re Ferdinando felicemente regnando avvertì la necessità di portare il tesoro all’estero? Se è vero che il tesoro affondò con il Polluce, come tirò avanti il Regno? E cos’è questa storia della carrozza d’oro? Vorrei essere illuminato.



Diavolo d’un Passaquindici, altro che sudoku. Dando conto del progettato recupero di ciò che resta del «Polluce» ha svelato una storia dove è bravo chi ci si raccapezza. Anche perché quando si tratta del carico dei relitti che giacciono nelle profondità degli abissi si ha la tendenza a spararla sempre grossa e a vedere tesori dappertutto. E allora cominciamo col dire che il tesoro di Napoli a Napoli sempre rimase. Allorché Francesco, Franceschiello, per la simpatica vulgata risorgimentale, lasciò la capitale per Gaeta, ultimo bastione del Regno, si portò appresso solo il ricambio. Il resto, il malloppo, lo lasciò dov’era e dove di lì a poco l’avrebbero trovato i «liberatori» piemontesi: 444,3 milioni (contro i 113 che erano nelle casse sabaude, gli 8 della Lombardia, i 12,7 di Venezia e i novanta di Roma e Stati pontifici. Come si dice? Piatto ricco mi ci ficco). Ciò chiarito, veniamo a quel 17 giugno 1841. Da una parte abbiamo il «Polluce» della genovese compagnia Rubattino. Dall’altra il «Mongibello», vascello mercantile della real flotta borbonica. Tanto per dare un tono avventuroso, piratesco alla vicenda, si è voluto parlare di abbordaggio dei napoletani ai danni del legno sabaudo. Ma ci fu un processo (Livorno, 1842) i cui atti si riferiscono, sempre, a una collisione. Ad abbordare furono caso mai passeggeri ed equipaggio della «Polluce», tratti in salvo dalla «Mongibello» (un solo morto, tutti gli altri, un’ottantina fra uomini e donne, vennero soccorsi e successivamente sbarcati a Livorno). A proposito della «Polluce»: dopo l’unità e dopo essere stata ribattezzata «Monzambano» fu trasformata in nave idrografica, la prima nella storia d’Italia.
E veniamo al tesoro. Che comprenderebbe anche la carrozza d’oro di Ferdinando II. È evidente che una carrozza siffatta non è mai esistita. A parte il peso che avrebbe richiesto un tiro a sei, ma di buoi, non di cavalli, ce ne sarebbe traccia in qualche cronaca, in qualche memoriale dell’epoca. Si può pensare che altrimenti donna Fonseca Pimentel avrebbe rinunciato a farne un simbolo delle fetenzìe borboniche? Che un Alexandre Dumas non ne avrebbe dato conto nella sua pittoresca storia dei Borbone di Napoli? E anche se mai fosse, per quale ragione ’o Re Nasone avrebbe dovuto imbarcarla su una nave sabauda quando disponeva della migliore flotta del Mediterraneo? Malauguratamente nel corso dei bombardamenti del 1943 su Genova l’archivio Rubattino andò distrutto. E con quello anche il documento di carico del «Polluce». Grazie agli atti processuali sappiamo che imbarcava - rotta Napoli-Genova - passeggeri di rango, alti funzionari, un nobile russo, una principessa Filomarino. Tutta gente ricca, ma di qui a parlare di tesoro ce ne passa. Però il naufragio è un accidente che scatena la fantasia: tutto quel che si inabissa trascinerebbe con sé inestimabili fortune e inconfessabili segreti. Tant’è che stando alle cronache (cronache dell’epoca, alla Dumas) sommando quanto si portavano appresso appena cinque o sei di quei passeggeri si raggiungeva la cifra di 170mila monete d’oro. E siccome la dietrologia è viziaccio antico, si insinuò persino che a bordo ci fossero casse e casse di sterline oro con le quali gli inglesi avrebbero dovuto segretamente finanziare - figuriamoci - i patrioti italiani e che per questo motivo le forze della reazione avevano scientemente speronato il «Polluce» mandando a picco il bendiddio. Qui si tratta, caro Fidato, di pazientare ancora qualche giorno: i lavori di recupero hanno già preso il via e presto sapremo se la stiva del «Polluce» è davvero quell’antro di Alì Babà del quale si favoleggia, se tireranno a galla carrozze d’oro e sacchi di zecchini o se si tratta di pure e semplici balle. Come per altro sono propenso a credere.
Paolo Granzotto