Il Polo e le riforme istituzionali: quei ritocchi attesi e mai fatti

Capisco la puntigliosità con la quale Gianfranco Fini ha voluto fissare pali e paletti quando, invitato a casa di Umberto Bossi con Silvio Berlusconi, ha accettato l’idea di tentare un accordo con la maggioranza per modificare in Parlamento la legge elettorale. Dopo essersi molto impegnato a favore del ricorso al referendum, egli non ha voluto dare l’impressione, accreditata invece da Pier Ferdinando Casini, di averne abbandonato la causa. Ed ha perciò precisato le condizioni a suo avviso irrinunciabili di una nuova legge: l’indicazione preventiva delle alleanze di governo, e dei rispettivi candidati alla presidenza del Consiglio, e il conferimento del premio di maggioranza allo schieramento vincente per garantirgli un consistente vantaggio in Parlamento, anche in presenza di un risultato elettorale striminzito.
Le condizioni di Fini non mi sembrano in linea, in verità, con l’obbiettivo referendario più vistoso e significativo, che è quello di assegnare il premio di maggioranza non più alla coalizione, come oggi, ma alla lista più votata. Esse tuttavia sono in linea con la strenua difesa che Fini e il suo partito fanno del bipolarismo da quando, nel 1994, ne sperimentarono i vantaggi grazie all’alleanza elettorale offerta loro coraggiosamente da Silvio Berlusconi per fermare la «gioiosa macchina da guerra» allestita da Achille Occhetto.
Ogni tanto Fini avverte sulla strada del bipolarismo pericoli dai quali pensa che si possa rimediare stringendo le maglie della legge elettorale, non rendendosi conto che il problema è più a monte. Il tarlo che scava e insidia il bipolarismo è l’articolo 67 della Costituzione. Esso vanifica qualsiasi accorgimento legislativo stabilendo che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Lo stesso concetto del premio di maggioranza, a rigore di logica, non sarebbe coerente con il principio costituzionale del mandato parlamentare «senza vincolo»: un principio che neppure il centrodestra, chissà per quale misteriosa ragione, non ritenne di sopprimere o cambiare nella riforma istituzionale faticosamente approvata nella scorsa legislatura. Se lo avesse fatto, avrebbe reso quella riforma più popolare, oltre che più stringente, salvandola forse dalla bocciatura referendaria dell’anno scorso. Che venne peraltro reclamata da partiti dell’attuale, presunta maggioranza che adesso ne ripropongono disinvoltamente parti non secondarie come il federalismo, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio e la distinzione dei compiti della Camera e del Senato.
Che cosa non si fa per cercare di allungare la miserevole vita di questo governo, precipitato al 27 per cento di gradimento tra il vacuo ottimismo di Romano Prodi a Palazzo Chigi e i vaffanculo di Beppe Grillo in piazza.