Il Polo: è una manovra da 25 miliardi

L’opposizione contesta le cifre del documento:
così crescerà la spesa, intervengano i giudici
contabili. La Tav fuori dalla Legge obiettivo<br />

Roma - «Finirà così. Finirà che il governo metterà nuove tasse per 25 miliardi di euro». Mordecai Richler, l’autore de "La versione di Barney", il Dpef l’avrebbe commentato in questo modo. Il senatore di An, Mario Baldassarri, ha messo la questione da un punto di vista più tecnico.

Il documento, ha spiegato ieri in Aula, «presenta dei conti con un deficit pubblico del 4%: 2,2% è l’obiettivo programmatico, in più ci sono 21 miliardi elencati come maggiori spese non coperte e almeno i 2 miliardi del 2008 dell’accordo sulle pensioni per un totale di 23 miliardi, pari all’ 1,8% del Pil». Passare dal 4% al 2,2% sta tutto nel reperimento di quei 23 miliardi, anzi 25 circa se si considerano anche le risorse necessarie per onorare i contratti del pubblico impiego. Bisogna comprendere, inoltre, se «l’obiettivo si può ottenere con più tasse e più spesa o con meno tasse e meno spesa» considerato che l’esecutivo non ha consegnato al Senato i dati programmatici sul totale delle entrate e delle spese della pubblica amministrazione. E, soprattutto, bisogna comprendere «perché le più alte magistrature della Repubblica non abbiano nulla da dire» nel merito.

Il Dpef, per sua natura, è un almanacco di buone intenzioni e il sottosegretario all’Economia, Nicola Sartor, ha avuto gioco facile nel ribadire che gli interventi 2008 «consisteranno in una riprogrammazione della spesa» e che, comunque, tutto sarà messo in chiaro dalla Nota di aggiornamento di settembre. Ma, come ha sottolineato Baldassarri, tale dichiarazione mette in risalto la «confusione mentale» del governo. Che un giorno fa spesa in deficit con il decreto tesoretto, l’altro promette rigore nei conti e l’altro ancora «subisce» l’ok di Palazzo Madama alla risoluzione Finocchiaro sul Documento di programmazione economica e finanziaria.

La risoluzione, infatti, fornisce indicazioni molto care alla sinistra radicale cercando di accontentare allo stesso tempo i riformisti. In primo luogo, si rimette in discussione tutto l’impianto della legge Biagi per «promuovere come forma normale di occupazione il lavoro a tempoindeterminato». E, nella conferenza stampa successiva all’ok del Senato, i capigruppo della «Cosa Rossa» hanno ribadito che sul protocollo per il welfare sarà battaglia.

In secondo luogo, è stato confermato l’impegno ad aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie dall’attuale 12,5% al 20% pur mettendo in evidenza la necessità di un taglio all’Ici e di una riduzione del carico fiscale sulle famiglie. Ma il punto sul quale l’ala estrema della maggioranza ha dato il meglio di sé è stato la Tav Torino-Lione. Si conferma la «necessità di procedere urgentemente alla riforma della Legge obiettivo» escludendo dalle opere ricomprese in questa normativa l’alta velocità tra Italia e Francia. Con buona pace del ministro Di Pietro. «Non si farà mai: un danno incalcolabile per il Nord Italia e per tutto il Paese», ha chiosato l’azzurro Giuseppe Vegas.

Nonostante il Dpef, come detto, sia poco più che in elenco (anche sull’applicazione del protocollo di Kyoto i Verdi hanno avuto soddisfazione), su un punto si è scesi molto nel dettaglio. «La quotazione del49%di Fincantieri deve avvenire solo dopo la presentazione del piano industriale», da condividere con i sindacati e che preveda la tutela dell’occupazione. Altro che riduzione del debito pubblico con le privatizzazioni. La Uil ci è rimasta male,maalmeno su questo punto la Fiom è stata accontentata.