Polo in piazza a novembre contro la Finanziaria

Il leader Udc </B>Proviamo a coinvolgere in Parlamento le parti moderate del centrosinistra

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Dai proclami contro la legge finanziaria, l’opposizione passa alla strategia. Primo appuntamento ieri sera ad Arcore, dove Berlusconi ha ricevuto con Tremonti, Bondi e Brancher lo stato maggiore della Lega: Bossi accompagnato dagli ex ministri Maroni, Calderoli e Castelli (a Villa San Martino c’era anche Emilio Fede). Per confermare l’asse Forza Italia-Lega e concordare che la grande manifestazione s’ha da fare, ma non subito. Tra l’ultima settimana di novembre e la prima di dicembre, a Roma o a Milano. L’ha confermato alla fine dell’incontro, intorno alla mezzanotte, Umberto Bossi, l'unico tra i presenti al vertice a fermarsi per una dichiarazione. «Alla fine scenderemo in piazza - ha commentato Bossi - perché questa del Tfr è stata davvero una sciocchezza. Penalizza troppo le piccole e medie imprese. Saranno costrette a chiedere i soldi in banca, ma con le regole europee che ci sono oggi sarà tutto più difficile. Alla fine scenderemo in piazza per forza».
Nel pomeriggio, un certo nervosismo per questo vertice era trapelato da An. «Escludo che si possa decidere qualcosa senza An - ammoniva La Russa -. Sono sicuro che c’è stato un errore di comunicazione, anche perché conosco i rapporti fraterni che mi legano agli esponenti della Lega e di Forza Italia». Insomma parlatevi pure, ma non decidete per noi.
Ancora più duro il giudizio dell’Udc: «È scorretto convocare una riunione in cui si discute un tema comune senza invitarci - accusa Buttiglione - è una notizia che ci coglie di sorpresa e ci interroga sul reale stato di salute dei rapporti interni alla coalizione. È ovvio che le decisioni prese ad Arcore non ci vincolano». Laconico Casini: «Un vertice che non riguarda il mio partito».
Tanto basta, per evitare ulteriori incidenti diplomatici tra gli alleati, a far dire a Bonaiuti, portavoce di Berlusconi, che «ogni decisione sulla manifestazione sarà presa in sede nazionale e in pieno accordo tra i leader». E a derubricare la serata in villa ad «appuntamento definito da tempo», come spiegavano ieri nel quartier generale leghista. Eppure inevitabilmente trasformato dagli eventi in una specie di vertice di guerra sulla Finanziaria. Del resto era stato proprio Bossi, nell’ultimo incontro con Berlusconi in Sardegna il 6 settembre, a lanciare per primo l’idea della manifestazione in piazza, a cui il Cavaliere aveva risposto: «Aspettiamo la Finanziaria». Ecco, ora ci siamo.
È il momento di contarsi e di decidere. Anche perché, sorride Maroni, «l’unico effetto positivo di questa Finanziaria sarà di ricompattare l’opposizione, perché non lascia spazio per ammiccamenti e strizzatine d’occhio». Per ora è vero sui contenuti, non sulla strategia. La scelta di manifestare trova concordi Forza Italia, An e Lega, ma non smuove l’Udc. Lo ha ribadito ieri Casini a Milano: «Facciamo una battaglia dura in Parlamento anche coinvolgendo le componenti moderate del centrosinistra».
L’opzione della piazza («Non è un reato andarci») resta aperta, ma per il momento è rimandata: «Ogni giorno ha la sua pena. Per ora la pena è andare in Parlamento. Se ci sarà sordità, vedremo che fare».
L’ex presidente della Camera vuole tenersi le mani libere, seppellisce la Casa delle libertà come coalizione politica («Io parlo di opposizione, non di Cdl») e cerca una sponda nell’Unione, lanciando messaggi a Margherita e Udeur, insofferenti per «una visione classista e antidiluviana della società» che emerge dalle misure fiscali. Ma non è che Forza Italia, An e Lega vogliano legargli le mani (e consentirgli di defilarsi) convocando un corteo in tempi brevi. Almeno, non subito. La fragilità della maggioranza impone unità. È il concetto espresso da Berlusconi ai suoi: dividersi significherebbe fare un regalo a Prodi.
Per questo, il vertice di ieri ha deciso di proclamare la manifestazione come segnale politico di sfida al governo («Non è rischioso andare in piazza: anche i moderati, nel loro piccolo, s’incacchiano», è lo slogan scelto ieri da Pisanu), ma di rimandarla di due mesi. Una pistola puntata. Su Prodi, ma anche su Casini.
La scelta nasce dal calendario parlamentare. Spiega Calderoli: «La Finanziaria va prima alla Camera, dove l’Unione non ha grossi problemi. Poi arriva al Senato, dove sarà costretta a mettere la fiducia. Ecco, a quel punto scadrà il tempo per le possibili modifiche: il testo che uscirà da Palazzo Madama sarà quello definitivo». Allora, in assenza di modifiche parlamentari e con la probabile blindatura della manovra, Casini sarà con le spalle al muro. «Se vorrà venire in piazza, bene. Se no peggio per lui. Noi ci saremo comunque. Tanto l’Udc in piazza porta quattro persone...».
Quanto alla città, il dubbio è tra Roma e Milano, con una singolare inversione di ruoli. Bossi si era espresso per la capitale, mentre Fini aveva proposto il capoluogo lombardo. Ieri il Carroccio, sentitosi scavalcato, ha rilanciato cercando di presidiare il suo territorio (geografico ed elettorale).