Polo pronto alle urne, solo l’Udc frena

Forza Italia, An e Lega fanno fronte comune: "È un dovere ridare la parola ai cittadini già a primavera". I centristi invece si smarcano. a Roma e a Milano cortei di esultanza

Roma - «Mi scusi, vado a dare l’estrema unzione all’Orso Yoghi». Roberto Calderoli si congeda con un sorriso da cacciatore di plantigradi e si avvia verso l’aula del Senato. Sta finendo la secondo chiama a palazzo Madama. Sta finendo il governo Prodi. Iole Santelli, deputata di Forza Italia, salta al collo di Roberto Castelli, uno dei primi ad uscire dall’emiciclo. Lucio Malan, segretario d’aula di Fi, racconta che già prima che il presidente Marini leggesse la sentenza di sfiducia, lui l’aveva cerchiato su una tabella quel numero, perché i colleghi vedessero. La combinazione vincente: 161. «È il compimento di due anni di tentativi», riesce a dire appena dopo il voto.

È un allaccio di mani, all’uscita dell’aula, tra assistenti e senatori dell’opposizione che diventa maggioranza. «Domani mi butto nella fontana rossa di Piacenza», annuncia il senatore leghista Massimo Polledri: «Avevo detto che l’avrei fatto dopo la caduta di Prodi». Si vedono strane immagini, come Beppe Pisanu che mette un braccio sulla spalla ad Anna Finocchiaro. Francesco Storace, il leader della Destra, che viene salutato come un calciatore da supporter che sventolano il tricolore davanti al Senato. E prima, nel palazzo, l’infortunato senatore di Forza Italia Guido Possa (più di 600 chilometri in ambulanza per votare), che fa il suo ingresso da eroe assistito dall’amico (e medico) Antonio Tomassini. A qualche chilometro da lì Gianfranco Fini sotto una pioggia di coriandoli davanti a un maxischermo di Alleanza nazionale in largo Goldoni canta: «Alè Prodi vattenè. Alè Prodi vattenè».

Ma dopo la festa, celebrata con cortei di cittadini a Roma e Milano, nel centrodestra che succede? L’opposizione diventata maggioranza ripeteva quasi con costanza due parole: «Elezioni subito». Solo l’Udc sembra frenare un po’. E infatti Rocco Buttiglione, poco prima dell’appello, spiegava nei corridoi: «C’è bisogno che le forze migliori ora si uniscano per affrontare i problemi drammatici del Paese. Ma Berlusconi non ci sta e se anche si convince allora non ci sta Veltroni. La verità - rifletteva il presidente dell’Udc - è che Prodi ha gestito la crisi mettendo Veltroni sul banco degli imputati. Gli dice: il collante tra noi era l’antiberlusconismo e tu l’hai tolto».

«Ora subito le elezioni», ha dichiarato anche Fini dopo i canti in piazza. «Il 15 aprile sarebbe una data perfetta», bisbiglia Calderoli e promette che eviterà in ogni modo «che questo esecutivo punti a un governo istituzionale». Al contrario, ci siano elezioni, subito, «con il centrosinistra che avrà difficoltà a trovare voti pure in casa». Nelle regioni dove è più forte? «No - risponde fulminante Calderoli - tra i parenti».

«È un dovere ridare la parola ai cittadini - ha detto in aula durante la sua dichiarazione di voto anche il capogruppo di Forza Italia Renato Schifani -. Grazie a questo voto domani l’Italia torna a rinascere».
«Questo voto ha spianato la strada alle elezioni», non ha dubbi l’ex sottosegretario al Welfare con il governo Berlusconi Maurizio Sacconi. Il capo dello Stato non potrà che «prendere atto che nel Senato non ci sono le condizioni per un governo istituzionale, perché presupporrebbe un consenso più ampio». Probabile invece l’ipotesi di «un governo politico - ragionava Sacconi - per gestire le elezioni. L’interesse del Paese è di votare al più presto una Finanziaria correttiva». «Napolitano potrà nominare ancora Prodi, o Draghi o Marini - riflettevano ancora nella Lega - ma Prodi li ha tirati a fondo tutti. Per noi sarebbe lui il candidato ideale della sinistra alle prossime elezioni».

Più di Veltroni, naturalmente, l’uomo segretario di un partito che di fatto «doveva unire il centrosinistra e l’ha diviso», tirava le somme Castelli. Ci sono partite fratricide «tutte interne al Pd - concordava il portavoce dell’Udc Francesco Pionati -, con problemi enormi tra Prodi e Veltroni di cui pagherà le conseguenze il Paese». Per il senatore Alfredo Mantovano di An, con una sfiducia così, «si va alle elezioni, non mi sembra ci siano altre possibilità».

Quella di ieri è stata comunque una prova di unità del centrodestra: «Io per esempio - raccontava il senatore Giulio Marini di Forza Italia - ero tra «i 34» che secondo un quotidiano erano ad alto sospetto di andare dall’altra parte. Ma la gente non è in vendita». Non si è staccato dal voto compatto nemmeno il «sospettato» Mario Baccini dell’Udc, che ieri, bevendo un drink con il ministro Fioroni alla buvette assicurava: «La Cosa bianca si fa, si fa».

Ma se si va alle elezioni subito anche all’Udc conviene «stare con noi», valutava un ex ministro di peso di Forza Italia: «Al 90 per cento si andrà con questa legge».