Il Polo ritrova l’unità e prepara le trappole

Il centrodestra contesta il governo. Casini: «Emendamenti comuni» in Parlamento. Maroni: «Per l’Unione saranno dolori»

da Roma

Ci sono due percorsi per interpretare le risposte della Casa delle libertà alle ipotesi di Finanziaria 2008. Il primo è quello della polemica politica, cioè la risposta dell’opposizione a un complesso di provvedimenti che non appare né migliorativo della finanza pubblica né risolutivo dei vari problemi strutturali che affliggono il Paese. Il secondo è l’annunciarsi di una ritrovata coesione tra le varie anime del centrodestra che sente in qualche modo avvicinarsi la responsabilità del governo.
Ed è proprio da quest’ultima analisi che conviene partire. Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, il teorico delle «due opposizioni», ha infatti preannunciato la predisposizione di emendamenti comuni «qualificanti e alternativi», una proposta alla quale lavorerà da domani con gli altri esponenti di vertice della Cdl. Un’intesa alla quale ha alluso anche la Lega Nord. Per il capogruppo alla Camera del Carroccio, Roberto Maroni, «la Finanziaria è tutta da scrivere: per il governo saranno dolori».
Insomma, l’intento è quello di limitare i danni che potenzialmente potrebbero essere prodotti per poi ripartire con slancio una volta ritornati maggioranza. «Vedremo se qualche ministro, che chiede più fondi per la sicurezza, passerà ai fatti appoggiando i nostri emendamenti», ha commentato il presidente dei senatori di An, Altero Matteoli, ricordando la manifestazione indetta dal suo partito il 13 ottobre per protestare contro il governo. «Chiunque governerà dopo Prodi si troverà alle prese con un’eredità spaventosa», ha osservato il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi.
L’esame dei contenuti della legge di bilancio e dei suoi collegati si risolve invece in una bocciatura senza appello. «Nel 2007 la pressione fiscale ha superato il 43% mentre doveva essere al 42,6%», ha lamentato Renato Brunetta (Fi) aggiungendo che l’inerzia della manovra la porterà «oltre il 44%» nel 2008. «Il governo scambia minori aliquote con l’allargamento della base imponibile perché riduce la deducibilità di molti costi e mette limiti ai crediti di imposte», ha aggiunto il responsabile welfare degli azzurri, Maurizio Sacconi, rilevando che «il rinvio del recepimento del protocollo lascia presagire un ulteriore regresso rispetto alla legge Biagi».
Anche l’auspicio dell’esecutivo per una riduzione dei componenti di Camera e Senato non è stato accolto positivamente. «È una bufala - ha dichiarato il capogruppo dei senatori leghisti, Roberto Castelli - perché deve essere una riforma di natura costituzionale». «Una manovricchia che restituisce poco a pochi e non contempla la crescita», ha osservato Mario Ferrara (Fi) e che, secondo Andrea Ronchi (An) «mette a rischio i nostri soldati all’estero». Sempre da Forza Italia, Simone Baldelli ha rilevato che sarebbe a rischio la ventilata soppressione degli enti inutili, mentre Raffaele Fitto ha protestato per l’esclusione del Mezzogiorno dalle priorità dell’azione dell’esecutivo.
«Si è preferito il rinvio per evitare spaccature», ha chiosato Maurizio Gasparri (An). Il repubblicano Giorgio La Malfa ha messo in evidenza un problema decisivo: «Tre miliardi e mezzo di nuovi prelievi utili a finanziare tre miliardi e mezzo di nuove spese». Senza contare l’incognita-tesoretto. «Mancano all’appello gli 8 miliardi di extragettito - ha dichiarato Roberto Salerno (La Destra) - che il governo ha mimetizzato subdolamente e che avrebbero potuto risolvere emergenze sociali di fondamentale importanza».