Il Polo si affida a un Prof azzurro per espugnare la rossa Genova

Gara aperta tra il docente universitario Musso e la ds Vincenzi. Unione divisa sulle grandi opere. An candida il giudice Sossi, rapito dalle Br

nostro inviato a Genova

Era la fine di gennaio. Silvio Berlusconi arrivò a Genova senza dubbi e, in forte anticipo sui tempi, scandì: «Vin-ce-re-mo. Se c’è una volta in cui sono sicuro della vittoria, questa è la volta», aggiungendo che proprio da qui, dalla città più grande al voto amministrativo in Italia, sarebbe partita la spallata al governo Prodi. Loro, militanti e vertici di una Casa delle libertà che sotto l’ombra rossa della Lanterna è tanto abituata alle sconfitte da rasentare la rassegnazione, di fronte al sogno di sempre, Genova per la prima volta al centrodestra, si rimboccarono le maniche, ma più spiazzati che convinti. E invece. Dicono i sondaggi che magari il sogno non diverrà realtà: potenza dell’assuefazione, il 75 per cento dei genovesi è convinto che il nuovo sindaco sarà Marta Vincenzi, la candidata dell’Unione, indipendentemente dalla propria scelta di voto. Epperò la Cdl ha già segnato l’uno a zero. Perché qui, nella città in cui Piero Fassino avvertì severo: «Dobbiamo stravincere», l’Unione per ora non stravince, ma litiga.
Vincenzi l’europarlamentare ds da 250mila voti, SuperMarta l’ex presidente della Provincia ed ex assessore comunale, la donna che si impose alle primarie spaccando i Ds e facendo battere in ritirata tutti gli uomini della coalizione, è ferma al 52 per cento di consensi propri, con un doppio smacco: la percentuale sale a 57 se si misura il peso dei partiti, quei partiti dai quali lei insiste nel professarsi indipendente. E il suo sfidante, Enrico Musso, professore universitario, esperto di logistica e trasporti, insomma un perfetto sconosciuto, è accreditato di un insperato 45 per cento, con un valore aggiunto del 5 per cento sui partiti che lo sostengono. Pesa il confronto con il sindaco uscente Giuseppe Pericu, che nel 2002 totalizzò il 60 per cento senza neppure vedere il 22,8 dell’avversario azzurro. Non va meglio in Provincia, per il centrosinistra, dove è sfida all’ultimo voto fra il presidente uscente Alessandro Repetto e l’ex assessore regionale al Bilancio Renata Oliveri.
Non aiutano le vicende nazionali. Il partito democratico mal digerito da molti, per dire: l’area movimentista no global ha fatto sapere per vie ufficiali che «noi Vincenzi non la voteremo mai», e per vie ufficiose che non è escluso il voto disgiunto su Musso, tanto per dare un segnale. E che dire dell’epurazione portata avanti da Rifondazione ai danni dei seguaci del senatore dissidente Franco Turigliatto? Erano gli uomini più forti, son stati fatti fuori tutti. Pesano poi le questioni che da sempre spaccano l’Unione: l’Ulivo che vuole il Terzo valico, la sinistra che scende sul piede di guerra; l’Ulivo che vuole l’inceneritore, la sinistra che sale sulle barricate; l’Ulivo che vuole la gronda autostradale, la sinistra che annuncia il blocco dei cantieri, e via così scornandosi.
E i rancori. Vincenzi agli elettori s’è presentata come «la sindaca» della svolta, quella che Pericu avrà fatto tanto ma poteva far meglio, quella che bando ai partiti, la squadra è mia e la gestisco io, quella che «i poteri forti bloccano il porto e vanno combattuti». E così tutti avevano promesso che l’avrebbero sostenuta, ma poi non s’è visto nessuno. Silente Pericu, assente Claudio Burlando il presidente della Regione, desaparecido Stefano Zara l’ex presidente degli industriali che la sfidò alle primarie col sostegno del presidente Erg Riccardo Garrone, non pervenuti i pezzi da novanta dei partiti. Il tutto mentre la Cdl fa quadrato, incredibile ma vero non una lite da un paio di mesi, e cala gli assi, An tanto per dire schiera due «simboli» di temi più che mai attuali: il giudice Mario Sossi che fu rapito dalle br e Graziella Quattrocchi, sorella di Fabrizio, il bodyguard ucciso in Irak.
Insomma una campagna elettorale nervosa. Vincenzi sfugge al confronto con Musso, ne ha programmati quattro sulle tv locali, poi ha fatto sapere che «abbiamo concordato di non farne altri», subito smentita dall’avversario: «Veramente ha deciso da sola». E ci s’è messo pure Berlusconi, che, per la chiusura della campagna elettorale, quatto quatto ha soffiato piazza Matteotti, simbolo di ogni evento politico della città, a Veltroni: venerdì saranno entrambi a Genova, ma il sindaco di Roma sta ancora cercando il luogo del suo comizio.