Polonia oggi al voto, la sfida è tra due destre

La sinistra di governo uscente data a non più del 15% dei consensi

Alberto Pasolini Zanelli

Berlino, una settimana prima: una lunga e strenua notte elettorale con un testa a testa fra destra e sinistra così serrato che continua ancora. Varsavia, una settimana dopo: si aspetta un altro testa a testa, ma stavolta tra destra e destra. Quanto alla sinistra, cioè alle formazioni di governo, la loro lotta è, semmai, per non scivolare troppo indietro, verso le cifre di sondaggi estremi che danno i socialisti addirittura in pericolo di non superare la soglia del 5 per cento.
Numeri da fantapolitica ma non troppo lontani dalla realtà. Il ripudio da parte degli elettori del governo in carica e della formula che esso incarna si annuncia in dimensioni che vanno ben oltre la naturale alternativa governo-opposizione. Quando si parla di un 10-15 per cento di consensi agli attuali detentori del potere (e potrebbero essere anche meno) si constata un sentimento popolare che va oltre la delusione. E i pronostici per le due formazioni rivali del centrodestra si articolano attorno a un 30 per cento a testa. Già «condannati» a governare, la Piattaforma civica, di orientamento liberale, e Legge e giustizia (conservatrice e nazional-popolare) si affrontano per la carica di primo ministro. I nomi dei candidati non dicono troppo all’estero: Jaroslaw Kaczynski (il cui fratello gemello, Lech, aspira alla carica di presidente) e Donald Tusk. Quest’ultimo, attualmente sindaco di Varsavia, sembra aver distanziato il rivale negli ultimi giorni prima dell’appuntamento alle urne.
La Polonia è un Paese in cui i partiti sorgono, fioriscono, declinano e scompaiono piuttosto in fretta, per cui ogni consultazione elettorale è in odore di novità. Lo segnala anche un passaggio di generazione: la candidatura del figlio ventinovenne di Lech Walesa, che si è ritirato (per l’ennesima volta) dalla scena politica. Contemporaneamente se ne va il presidente della Repubblica, il socialista (cioè ex comunista) Aleksander Kwasniewski. I due partiti «storici», della Polonia sono però sempre pronti a rinascere sotto nuove spoglie. Piattaforma civica è infatti guidata da esponenti storici di Solidarnosc, e neppure i liberali rappresentano una novità. Nuove sono le dimensioni della bancarotta del governo di sinistra, che ha creato una quasi unanimità, almeno di intenzioni. La destra, nel suo complesso, che punta a un minimo del 60 per cento dei suffragi, è divisa più da accenti che da contrasti. Comune è l’aspirazione a una riforma in senso neoliberale, alla riduzione delle tasse e dei costi del lavoro che non si traducano in salario. Come in Germania, si affaccia perfino l’idea della «flat rate», una imposta sul reddito uguale per tutti e non più progressiva. La corsa dei polacchi verso la modernità e un più alto tenore di vita è infatti sempre più rallentata dalla palla al piede di uno «Stato sociale» che combina le promesse mancate del socialismo reale e le realizzazioni concrete ma costosissime del «capitalismo renano» e del modello scandinavo. Correvano verso Varsavia e Danzica le industrie straniere a caccia di risparmi; adesso cominciano ad attraversare un’altra frontiera, quella fra la Polonia e la Slovacchia, dove trovano condizioni più favorevoli. I politici sono alla ricerca di una formula che incoraggi l’afflusso e fermi il deflusso.
E non è detto che la trovino nell’Unione europea. Una delle costanti nella preparazione del voto odierno è infatti il disincanto nei confronti dell’Europa e la ricerca di una formula più «nazionale» che però non isoli la Polonia, che ancora prova forti e giustificate diffidenze nei confronti dei due potenti vicini, la Germania e soprattutto la Russia. Tanto più in conseguenza del flirt che Varsavia sospetta tra Berlino e Mosca e che Schröder si è sforzato di ravvivare. Una Polonia più «nazionalista» continua a sentire il bisogno di una garanzia americana, che è condiviso anche dalla sinistra, che l’ha spinta ad assumere un ruolo molto visibile anche sul piano militare in Irak. Una scelta patriottica, ma non necessariamente popolare neppure in Polonia.
Negli ultimi due anni, paradossalmente, ma non poi troppo, è stata così la destra a chiedere il ritiro da Bagdad, preparandosi anzi a farne un tema elettorale. Che la sinistra ha schivato annunciando per prima la decisione del rientro.