La Polonia rinvia il presidente, si va al ballottaggio tra le destre

Per gli exit poll Tusk è in vantaggio di poco su Kaczynski. Ma i due restano alleati di governo

Alberto Pasolini Zanelli

Dovremo aspettare altre due settimane per conoscere la nuova struttura di potere a Varsavia. Dovranno aspettare, soprattutto, i cittadini polacchi, che ieri hanno deciso di non decidere fra i due maggiori candidati alla presidenza della Repubblica, Donald Tusk e Lech Kaczynski, che, in una situazione abbastanza paradossale, sono espressione dei due partiti che hanno stravinto nelle elezioni parlamentari del 25 settembre e hanno deciso di formare assieme il nuovo governo. Tusk, secondo i primi exit poll, avrebbe ottenuto il 38% delle preferenze, Kaczynski il 33%: si va quindi al ballottaggio del 23 ottobre. Non è che Legge e Giustizia sia identico a Piattaforma civica, anzi; ma ciò che unisce i partiti dei due candidati è molto più importante di quel che li divide. L’impegno comune è fare piazza pulita dei detriti del comunismo, anacronistici in un Paese democratico e avanzato come la Polonia, anche se in nome di principi differenti e soprattutto con diverse priorità.
Tusk è essenzialmente un liberale e dunque un liberista, che vuole che il suo Paese recuperi con una marcia forzata il terreno perduto in lunghi decenni.
Kaczynski, quasi altrettanto liberale sul piano politico, è però più prudente di fronte alle riforme economiche e intende salvare il salvabile di uno «Stato sociale» non del tipo del socialismo reale, ma del modello europeo occidentale; e questo pur essendo un «euroscettico», un nazionalista polacco memore del passato e dunque sospettoso di entrambi i potenti vicini, Russia e Germania (soprattutto quando danno segno di voler fare troppa amicizia), e per questo pronto ad appoggiarsi di più sugli Stati Uniti, alleato potente e lontano. Kaczynski ha inoltre le sue radici nella lotta anticomunista nelle fila di Solidarnosc, che dopotutto era un sindacato ed era, sotto la guida di Lech Walesa, fortemente cattolico. Egli è dunque più conservatore così come Tusk è più liberale. Buoni partner di governo, divisi anche da ambizioni di primato.
Nelle elezioni parlamentari il partito di Tusk era dato favorito ma invece ha vinto quello di Kaczynski. Anzi dei due Kaczynski. Jaroslav ne era il leader, mentre Lech, sindaco di Varsavia, mirava alla presidenza. L’imprevisto successo del più «giovane» (si tratta di due gemelli) ha sconvolto un po’ i piani e indotto quest’ultimo a ritirarsi dalla contesa per il primo ministro in modo da liberare Lech dai sospetti di nepotismo familiare. Anche questi «aggiustamenti» si sono ripercossi sulla campagna presidenziale, che ha visto numerose oscillazioni registrate nei sondaggi e importanti flussi e controflussi di opinione. C’erano non solo da sistemare i rapporti di forze tra i due partiti del futuro governo, ma anche da spartirsi i voti delle formazioni politiche minori e, in primo luogo, dei polacchi che hanno abbandonato da poco la sinistra (che fino al 25 settembre governava il Paese).