Polonia vestita d’azzurro e il ct fa il pellegrinaggio

A Varsavia festa e bandiere per noi. Lo staff tecnico alla Sacra Famiglia di Cracovia

Cracovia - Alla finale dell'europeo con la valigia in mano. Cesare Prandelli, ct lodato e ammirato da mezzo mondo, ha vissuto ieri uno strano pomeriggio. Invece di celebrare la conquista, appena arrivata, della finale europea da parte della sua Nazionale al culmine di una prova da incorniciare, e di incassare le lodi al calcio generoso esibito, si è ritrovato al centro di una selva antica, una fitta boscaglia di domande e quesiti sul suo futuro. Ha provato a rompere l'assedio: «Ma quale divorzio!, nel modo più assoluto». Niente da fare. Ogni sua riflessione è diventata un assist, involontario fino a un certo punto, alla tesi che ha preso a circolare da qualche ora nel club Italia. Il ct finalista di euro 2012 è pronto a farsi da parte, a lasciare Coverciano, nonostante quei riconoscimenti, pubblici e privati, «il miglior calcio dal dopoguerra in poi», «la migliore Nazionale degli ultimi 30 anni», che pure devono suonargli come musica nelle orecchie.
«Ho sempre detto che mi manca il campo. Ma la verità è anche un'altra: la qualità della mia vita negli ultimi due mesi è venuta meno, al di là del rapporto perfetto con i giocatori e di quello eccellente con la federazione» la confessione che ha il sapore di una denuncia. «Sono stati due mesi pesanti, abbiamo vissuto giornate molto difficili» la sua chiosa malinconica. E per chi non è dotato di sufficiente memoria, ecco il passaggio-chiave che prende le mosse dalla famosa frase di Zurigo, pronunciata come un tentativo di sottrarsi all'accerchiamento. «Se non ci volete all'europeo, ditelo e noi non andremo», lo sfogo.
Spiegato perfettamente dallo scenario di quelle ore, fine maggio. «Vi ricordate cosa era successo? Il premier Monti che voleva chiudere il calcio per 2-3 anni, un pm che spedisce un avviso di garanzia a uno dei nostri senza specificare in quanto tempo lo avrebbe interrogato», la ricostruzione fedelissima del ct che non vuole nemmeno trascurare le altre delusioni patite, le sconfitte rimediate a bocce ferme. «Io sono un tecnico, posso suggerire una soluzione, poi devo fermarmi perché non sono né un dirigente, né un politico. La Nazionale comanda adesso, attira 23 milioni di italiani davanti alla tv, c'è entusiasmo nelle piazze ma poi da settembre torneranno a comandare i club e durante i ritiri si discuterà di Juve e Milan. La rivoluzione non si può fare perché davanti alle leghe poi ci fermiamo» è l'altra parte dello sfogo. Diretta al calcio italiano che ha vissuto come una complicazione inutile le sue richieste di stage.
Abete, il presidente federale, non è riuscito a imporsi. E il ct ha dovuto battere in ritirata. Perciò ieri gli elogi non lo hanno sciolto. Anzi, arrivando in sala stampa, a casa azzurri, ha addirittura dubitato della spontaneità degli applausi giunti dalla platea dei giornalisti italiani. «Mi sanno di presa in giro» il commento.
Un altro paio i nervi scoperti: i giudizi feroci sul figlio Niccolò, arruolato per l'avventura, e la "coglionella" al suo codice etico. «L'ho applicato solo per i comportamenti in campo, non alla vita privata» la spiegazione. Ha avuto il coraggio di osare e di cambiare il calcio azzurro, Prandelli. Ma le rivoluzioni, come provò sulla sua pelle Arrigo Sacchi ai tempi, sono possibili se poi i club sono in grado di seguire e perfezionare il lavoro della Nazionale. Come è capitato in Spagna, ad esempio. «Se un ct diventa allenatore, allora può aiutare la squadra a crescere. Se i club ci seguiranno? Non lo so, la vedo dura» è la concessione al proprio lavoro seguito da un pessimismo cosmico. Lavoro cominciato nella notte degli schiaffi, dalla Russia, a Zurigo e da completare a Kiev, tra qualche ora, al cospetto della solita padrona del vapore, la Spagna. Perciò adesso è tentato, fortemente tentato, di abbandonare Coverciano e tornare al club. Dicono Inter, perché è facile cogliere in Stramaccioni un candidato fragile. «Prendiamoci qualche giorno di tempo, poi ne discuteremo, certo non voglio porre condizioni alla federcalcio, il mio è solo uno stato d'animo» la conclusione da richiudere dentro la valigia pronta per Kiev. Di certo anche il club Italia è rimasto spiazzato dalle voci sul suo addio. «Me lo ha chiesto Buffon, e sono rimasto contento del chiarimento richiesto» il dettaglio significativo.
A poche ore dalla finale, questa fibrillazione non ci voleva proprio. E infatti della sfida, la seconda in poche settimane, con la Spagna sono rimaste le briciole. Come le lodi a Mario («i caratteri più difficili diventano i più fedeli» la battuta) e il paragone con Del Bosque: «Tra un po' di uguale ci sarà solo il peso».