Una poltrona per due Servono 13mila cattedre promossi in 26mila

I conti sono in rosso, ma c’è un trucco per raddoppiare i docenti. Il concorso è superato in un altro ateneo. Poi, ottenuta la qualifica, il prof torna nella sua università, con l’aumento di stipendio

Le 77 università italiane litigano con i conti che non tornano. Venti di loro si trovano sull’orlo di una crisi finanziaria, rischiano sanzioni e perfino il commissariamento. Ma non tutte aspirano al risanamento: si lamentano perché il 90% dei fondi viene risucchiato da spesa corrente e stipendi e usano le cesoie per i fondi alla ricerca. Ma, come per incanto, riescono a moltiplicare cattedre per ordinari e associati con disinvoltura. Anche senza fare un concorso, anche senza avere i soldi per pagarli. Un’inchiesta del Sole 24 ore smaschera questa facciata di povertà a senso unico. E rivela che negli ultimi sette anni c’è stata una moltiplicazione evangelica delle cattedre. In pratica, sono stati banditi 13.232 posti da associato o da ordinario e poi creati 26.004 «idonei». C’è di peggio. Nel 99,3% dei casi i concorsi hanno promosso candidati senza che l’ateneo avesse il posto per loro. Dove sono finiti questi professori potenziali? Quasi tutti nella stessa università dove insegnavano prima ma con la promozione da esibire sul cedolino dello stipendio. E i costi per il personale sono lievitati a dismisura: quasi 300 milioni di euro per coprire le nuove qualifiche.
Ma come può accadere tutto questo? Grazie a una leggina del ’99 nata per superare un’emergenza e per abbattere i costi dei concorsi. L’emergenza è diventa la normalità e l’eccezione prassi comune. Così da anni lo stratagemma funziona per assumere l’assistente «figlio di» oppure chi è stato al devoto servizio del prof ordinario per anni. Il meccanismo è semplice: l’università A non ha risorse per bandire un posto, ma un suo ricercatore, o un professore associato, fa in modo di essere dichiarato idoneo a un concorso nell’Università B: poi torna a «casa», l’ateneo crea la nuova cattedra e il gioco è fatto. Alcuni atenei si sono addirittura trasformati in catene di montaggio per gli idonei altrui: bandiscono il concorso, la commissione individua gli idonei, e loro non chiamano nessuno. «Tra il 2000 e il 2005 – denuncia il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario - è capitato ben 363 volte». La meritocrazia diventa un optional. Lo conferma Roberto Alonge, professore ordinario di Storia del teatro a Torino. «Si può essere anche bravi ma prevale il principio della cooptazione: si promuove un tizio solo perché è un amico di qualcuno influente oppure per dimostrare il proprio potere».
Alonge conosce bene il meccanismo che permette a ogni ateneo in attivo di bandire un concorso per nominare un paio di idonei. «La commissione è formata da cinque persone, un membro interno e quattro esterni. Visto che la legge ammette di selezionare due idonei, uno se lo tiene di solito l’ateneo che ha bandito il concorso, l’altro se lo prende uno dei quei quattro commissari che ha stabilito un accordo con gli altri componenti, pronti poi a rivendicare il favore in un concorso successivo. E l’alleanza continua».
Già perché, nonostante le distorsioni, con il decreto Milleproroghe questa procedura è stata concessa anche per il 2008. Gli atenei, anche se hanno superato i tetti di spesa per le assunzioni, potranno continuare a bandire concorsi che individuano un numero doppio di «idonei» rispetto ai posti disponibili. Un giochetto che peserà sulle casse dello Stato: la promozione ad associato costa a regime in media 20mila euro l’anno, e quella a ordinario almeno 30mila. Stimando mille posti da ordinario e mille da associato messi a concorso, e quindi altrettanti passaggi di carriera, l’extracosto sarà di almeno 50 milioni l’anno.