«Alla poltrona ho sempre preferito la mia faccia»

Albertini presenta il libro sui suoi anni in Comune. Berlusconi: «Lo manderò a tutti i sindaci della Cdl». Confalonieri: «Bell’osso, i risultati li hai ottenuti»

«Alla poltrona ho sempre preferito la mia faccia». Parola di Gabriele Albertini, il sindaco per caso che per una sera diventa per caso anche scrittore di successo. Inseguito come un autore di cassetta da una folla che lo sommerge chiedendo autografo e dedica nella prima pagina del volumetto che racconta i suoi nove anni al piano alto di Palazzo Marino. Ieri, al Circolo della stampa, la presentazione della Stanza del sindaco (Oscar Mondadori), il libro-intervista raccolto dal giornalista Carlo Maria Lomartire già disponibile in libreria. «Lo manderò con una lettera di accompagnamento a tutti i nostri sindaci», il battesimo del leader della Cdl Silvio Berlusconi dopo il racconto di come fece a convincerlo («la misi giù dura, gli dissi che avevo bisogno di essere soccorso»).
Albertini, dunque, promosso a Bigino del bravo amministratore. Un’investitura pesante per uno che continua a raccontare di averne avuto abbastanza e di trovarsi perfettamente a suo agio al parlamento europeo. Ma immediatamente si smentisce prevedendo il futuro politico di Berlusconi (e magari anche il suo). «Non rimarrà molto all’opposizione - azzarda -. Penso che il governo cadrà e voteremo insieme europee e politiche». Due anni e qualcosa di tempo, dunque, per l’esilio a Strasburgo di Albertini che si definisce ancora un «non politico uscito dal cilindro» e che un giorno confessò che Berlusconi gli aveva anche offerto un posto da ministro.
«È stato un bravo sindaco - la promozione dell’ex premier che sembra tutt’altro che intenzionato a pensionarlo -. Conoscendo il suo operato è stato quello che ha dato risultati più concreti. La nostra moralità è fare risultati e mantenere gli impegni con gli elettori. Il contrario di ciò che fa il politico professionista che una volta eletto dismette gli impegni. Proprio come ha fatto la sinistra. C’è differenza tra chi viene dall’impresa e chi fa di mestiere la politica. Quelli quando vanno a letto si chiedono cosa hanno fatto nella giornata e si rispondono “ho fatto delle dichiarazioni”. Io, anche quando ero a Palazzo Chigi, prima di andare a letto misuravo cosa avessi fatto durante il giorno. Se avevo fatto solo dichiarazioni dicevo: “oggi non ho fatto niente”».
«Un libro che vuol spiegare il carattere anomalo di una candidatura nata fuori dalla politica - racconta Albertini parlando forse per la prima volta in pubblico senza un discorso scritto, ma seguendo i suoi appunti vergati in bigliettino con calligrafia minuta -. Un’esperienza ispirata alla berlusconiana politica del fare. E infatti Berlusconi il primo patto l’ha firmato con i milanesi. Poi è nato quello con gli italiani». E restituisce al mittente l’accusa che tante volte si è sentito ripetere. «Abbiamo amministrato la città da imprenditori, ma non l’abbiamo governata come se fosse un’azienda». E soprattutto con una lettera di dimissioni già firmata («il segno del distacco di un non politico dalla carica»). Cesare Romiti gli dà affettuosamente della «mammoletta dotata di fermezza» e ricorda l’importanza del ruolo di Indro Montanelli («Quando è scomparso, ad Albertini è mancata una sponda, un’importante spinta etica e morale»).
Assente, per motivi di lavoro, Fedele Confalonieri che invia alcune righe. «Sei stato un bell’osso e i risultati li hai portati a casa», l’esordio in perfetto rito ambrosiano. Poi rivela che quella proposta era arrivata anche a lui. «Per un minuto - confessa - avevo anche pensato di buttarmi. Se allora avessi letto questo libro, non ci sarebbe stato nemmeno quel minuto».