Poltrone in bilico Il prefetto Mosca

Resta incerta la sorte del prefetto di Roma, Carlo Mosca. Dove andrà a finire? Quando lascerà via IV Novembre? Voci di corridoio indicano già il nome del successore: Mario Morcone, ex commissario straordinario del Comune. Per Mosca sarebbe pronta la poltrona di capo di gabinetto del ministro Claudio Scajola. Da Palazzo Valentini a via Molise, la decisione forse con il prossimo consiglio dei ministri. In alternativa: il Consiglio di Stato. Mosca dal canto suo ha dichiarato che gli dispiacerebbe rinunciare al ruolo di «garante delle libertà civili dei cittadini» che si è ritagliato a Roma.
Di sicuro fin dall’insediamento, settembre 2007, ha parlato molto. Giornali, tv, polemiche, interviste. Ma la domanda è: quanti romani si ricorderanno di lui da qui a un anno? Perché alla fine, diciamolo, è riuscito a scontentare un po’ tutti. Prima Veltroni, poi il centro-destra, adesso anche la gente. Ci limitiamo a riassumere gli ultimi 3 mesi. In piena estate, il 21 luglio, Mosca, che dal 30 maggio è commissario straordinario per l’emergenza nomadi, dà il via al censimento, partendo dal campo abusivo alla Magliana Vecchia. Il 29 luglio il ministro degli Interni Roberto Maroni, il sindaco Gianni Alemanno, il prefetto, Nicola Zingaretti e Piero Marrazzo, siglano il nuovo Patto sicurezza per Roma. Nella capitale arriveranno 3mila militari. Il prefetto decide che stiano fuori dal centro. Ad agosto le prime polemiche. Sulle impronte ai minori, Mosca dice no. C’è tensione col Viminale, ma il prefetto non molla. Dai primi dati del censimento emerge che il 70 per cento dei ragazzini rom non va a scuola. L’ordinanza del consiglio dei ministri è chiarissima. Fra i compiti del commissario figurano: «adozione di misure per i destinatari di provvedimenti di espulsione; azioni volte a contrastare accattonaggio e prostituzione; a favorire la scolarizzazione». Palazzo Valentini però ha altre idee: «Prima dobbiamo finire il monitoraggio, poi dare a tutti condizioni di vita dignitose. Luce, acqua, moduli abitativi nuovi». Gratis, ovviamente. Chi paga, si domanda la gente? Il 13 agosto su Il Sole 24 Ore il prefetto propone di far lavorare gli zingarelli come sciuscià davanti ai supermercati. È bufera. Massimo Converso, Opera Nomadi, spara a zero: «Mettere i rom a pulire le scarpe? Sono esterrefatto. Il piano comunale di avviamento al lavoro c’è, il prefetto ce l’ha da mesi, perché non l’ha letto?». Casilino 900 è un covo di delinquenza, la popolazione chiede lo sgombero. Il 18 settembre Alemanno annuncia: «Per noi è il primo campo da chiudere. Attendiamo solo che il prefetto completi il censimento». L’Udc chiede lo sgombero di via Boccabelli, a Tor Pagnotta: «Abbiamo raccolto 500 firme», annuncia il segretario regionale Luciano Ciocchetti. I comitati di quartiere raccolgono mille firme per chiudere anche Tor de’ Cenci. Ma Palazzo Valentini la pensa un po’ diversamente. «Sgombero? Che brutta parola», dice Mosca in un’intervista a L’Unità del 16 ottobre: «A Casilino 900 dobbiamo innanzitutto portare luce ed acqua. Servono altri fondi. Ho incontrato gli abitanti dell’insediamento, mi hanno promesso che si integreranno». Il 22 ottobre alla conferenza stampa finale del ministro Maroni, Mosca non c’è. Ma fa sapere: «Il censimento non è finito, mancano altri due campi». Chiede più tempo.
Anche perché a occupare le giornate del prefetto non ci sono solo i rom. Il 1 ottobre una tranquilla palazzina in via delle Alpi Apuane è occupata da Action: «Vogliamo continuare il censimento dal basso di stabili inutilizzati come concordato con il prefetto Mosca». Concordato? Mah. Il 15 ottobre Action occupa i binari della Roma-Pantano, sarebbe interruzione di pubblico servizio. Action chiede un incontro col prefetto, lo ottiene a tempo di record. Il 21 ottobre la polizia chiude il centro sociale Horus. Alemanno annuncia «l’inizio di una nuova stagione di sgomberi». Mosca lo corregge: «Si tratta di un provvedimento del magistrato, non c’è nessuna pianificazione».