Poltrone senza fiducia

La poltrona, per definizione è rossa, comoda, vellutata... ma soprattutto rossa. La sinistra in Italia lo ha capito da un pezzo: il potere, quello vero, non si esercita in Parlamento, scrivendo leggi fumose che si rimpallano tra Camera, Senato e Quirinale, per poi venir congelate dal Tar del Lazio, sbloccate dal Consiglio di Stato, interpretate dal giudice di pace di Crotone: no, il potere si esercita tramite gli amici fedeli, ed è per questo che bisogna piazzarne il più possibile nei posti migliori, quelli dove si spende senza doverne rendere conto a nessuno, quelli dove caso mai si dovesse assumere in fretta l'amico di un senatore basta una telefonata. Se n'è accorto anche Ernesto Galli della Loggia che, nell'editoriale di ieri sul Corriere, scrive: «Il centrosinistra ha condotto dappertutto una sistematica politica lottizzatrice (...). I suoi uomini di governo non hanno mai fatto spazio a nulla e nessuno che non portasse la loro etichetta politica. Posti, incarichi e finanziamenti sono andati solo a persone e cose della loro parte». E per chi non era «dei loro»? Se andava bene nulla, altrimenti (dice sempre Galli della Loggia) «pressioni dirette e indirette, intrecciate a più o meno sottili intimidazioni».
Non si tratta di una grande scoperta, ma fa parte delle tante cose che in Italia non si sa perché si sanno ma non si devono dire. Perché non si prova a chiedere a qualche imprenditore attivo nelle «regioni rosse» come funziona? Chi li vince i contratti? A chi vanno gli incarichi? E nelle Università statali come funziona? Conviene ad un professore dirsi di centrodestra? No, non conviene mai. La trasmissione del potere dal governo centrale nel mondo dell'economia avviene tramite una capillare rete di «nominati», pronti a tradurre in atto il progetto egemonico di controllo del «sistema», proprio della sinistra.
Prodi era convinto di durare, «doveva» durare, perché sapeva che si stava avvicinando un importante tassello di questa strategia di occupazione: una grande tornata di nomine con poltrone pregiatissime in scadenza: enti previdenziali, società partecipate dallo Stato fra cui i «pesi massimi» della nostra industria come Eni, Enel, Finmeccanica, Poste. La maschera come al solito l'ha buttata il più loquace ed il più ingenuo dei luogotenenti di Prodi, il solito Angelo Rovati, quello che spediva piani «a titolo personale» sulla carta intestata della Presidenza del Consiglio. Rovati, davanti alle telecamere di Lucia Annunziata non si trattiene e confessa che già era decisa la nomina dell'ex ministro Tiziano Treu al cosiddetto «Superinps», ente che dovrebbe accorpare gli altri enti previdenziali. Ora la frittata di Prodi è completa: se anche sperava di poter procedere alla chetichella alle supernomine ora se lo deve togliere dalla testa. Un governo sfiduciato dal Parlamento non ha titolo per nominare nessuno: è in una condizione ben diversa dal governo che sta portando a termine una legislatura (e che pure sarebbe meglio che si astenesse). Un amministratore licenziato dal consiglio d'amministrazione sa che ogni suo atto successivo alla mancata riconferma è passibile di revoca, pertanto se ne astiene. Prodi è riuscito a fare nomine anche il giorno dopo la sfiducia. Peccato per le centinaia di fedelissimi che pazientemente aspettavano il gran giorno della poltrona fregandosi le mani, la sua firma non vale più, il contratto sarebbe un contratto del Monopoli, qualcuno glielo spieghi. Non ci resta che sperare che nella nuova stagione riappaia quella parolina tanto odiata dalla sinistra: «merito».
Claudio Borghi
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