Poltronificio Prodi

Un po' perché la fiducia della Camera era scontata, un po' perché altri e più seri avvenimenti incalzavano, l'approvazione definitiva del decreto spacchetta-ministeri ha avuto scarso rilievo. In fin dei conti tutto il male che se ne poteva dire era stato già detto (invano, evidentemente), e c'era ben poco da aggiungere. Ma avendo seguito in televisione, per masochistica scelta personale, le dichiarazioni di voto d'esponenti della maggioranza, voglio dedicare alle stesse qualche ulteriore considerazione. Credo d'avere assistito di rado ad una così impudente parata di bugie, ad un così umiliante sfoggio d'ipocrisia. I deputati del centrosinistra che hanno avuto l'ingrata incombenza di presentare il poltronificio come alta strategia politica erano alle prese con una missione impossibile. Ma ci hanno messo del loro per renderla anche grottesca. Ce ne fosse stato uno - mi riferisco a quanto ho direttamente ascoltato - che avesse accennato, sia pure con opportuni giri di parole, alla sostanza della questione, così riassumibile in breve. Poiché la fame d'incarichi con auto blu dei numerosi partiti e partitini partecipanti alla coalizione prodiana era smisurata, è stato varato un esecutivo smisurato. Quale la Repubblica non ha mai conosciuto nemmeno nell'imperversare del peggior clientelismo andreottiano.
Con straordinaria faccia di bronzo i rappresentanti della falange di centrosinistra imbastivano dotti ragionamenti sulla necessità impellente di dividere in tre il ministero del Welfare, di separare le Infrastrutture dai Trasporti, di creare un ministero della Solidarietà sociale, di assegnare plotoncini di sottosegretari ad ogni ministero importante. Tutto nel segno del superiore interesse nazionale: cui ha obbedito tra l'altro la decisione del ministro Fioroni di aggiungere un «pubblica» al ministero dell'Istruzione, di cui è titolare. Chissà quale racconto esilarante Achille Campanile avrebbe saputo costruire sullo «spacchettamento». Purtroppo nei banchi della maggioranza non sedeva nessun umorista, sedevano tanti smemorati. Vietato ricordare le rampogne austere e severe mosse al governo Berlusconi per la sua prodigalità nel distribuire ministeri e sottosegretariati (ma non ha insidiato il record prodiano). Gian Antonio Stella ha ricordato sul Corriere che Massimo D'Alema a Porta a Porta, interrogato sullo scottante tema delle poltrone, aveva estratto il programma dell'Ulivo. «Guardi qua dottor Vespa. Le leggo la tesi numero nove. Ridurre ministeri e ministri». Infatti.
Queste lottizzazioni non le ha inventate Prodi, questi assalti alla greppia ministeriale e sottosegretariale hanno accompagnato purtroppo la vita del Paese. Ma i signori che nell'aula della Camera spiegavano come qualmente l'Italia fosse a rischio di ineluttabile declino senza un ministero delle Politiche giovanili (a quando un ministero delle politiche senili?) avevano tuonato in tempi recenti contro il centrodestra, per colpa del quale lo Stato era stato soggetto a «scorribande di una politica rapace e famelica». Per fortuna sono venuti loro, i digiunatori, gli asceti del Palazzo, a insegnare come possano essere ridotti i costi delle istituzioni con una politica non rapace e morigerata. Alcuni, accortisi che la contraddizione tra questi annunci di lesina virtuosa e la carica dei 102 (o 103 non ricordo bene) era patente si è corretto: i costi in politica non contano molto, se hanno per scopo la funzionalità dell'esecutivo. Ad maiora, dunque, spacchettando s'impara.