Polveroni, calcio e finanza chic I trucchi di Diego per la ribalta

Da un anno, il presidente della Fiorentina è in guerra quasi con tutti, vedi il caso Generali. Quest'anno è passato all'attacco su vari fronti della finanza e della politica. Alterna
grandi iniziative (come la ristrutturazione del Colosseo) a grandi
sparate. Il suo sogno: scalare il <em>Corriere. </em><strong><a href="/interni/la_predica_della_valle_riesce_scontentare_tutti/02-10-2011/articolo-id=549487-page=0-comments=1" target="_blank">Intanto la sua predica riesce a scontentare tutti</a></strong>

Questo 2011 è il suo anno. Non che Diego Della Valle sia imprenditore di primo pelo: classe 1953, è entrato a soli vent’anni nella fabbrica del nonno che produceva pantofole; l’ha poi trasformata nella Tod’s e ne ha seguito lo sviluppo fino a collocarla in Borsa, nel 2000. Un percorso di successo che lo ha portato nelle banche (la Comit, poi Mediobanca) e nei santuari collegati (il Corriere e le Generali). Anche se il colpo gobbo lo ha messo a segno su una partita laterale: la Bnl, guidata dall’amico Luigi Abete, che gli ha fruttato un gruzzoletto di 200 milioni in seguito agli esiti della scalata dei «furbetti» del 2005.

Mentre la proprietà della Fiorentina completava il quadro del personaggio e della sua immagine.
Ma è da quest’anno che Della Valle è passato all’attacco su vari fronti della finanza e della politica, incrementando la propria esposizione sia nei salotti, sia verso il grande pubblico. Senza preoccuparsi di apparire, a volte, ben sopra le righe. Lo scalpitare dello «scarparo» (come ama definirlo in tono dispregiativo il sito Dagospia) inizia nei consigli d’amministrazione delle Generali, nei quali attacca e sconfigge l’ex presidente Cesare Geronzi. Considerato uno degli uomini più potenti d’Italia, Geronzi viene bollato da Della Valle come «arzillo vecchietto» e accusato di voler disporre, a soli fini di gestione del potere, di società e giornali, senza coinvolgere gli azionisti e senza lasciar lavorare i manager.

Semmai in combutta con altri come lui, quale per esempio l’altro vecchietto arzillo, il presidente di Intesa Giovanni Bazoli. A chi, in quei giorni, gli parla, Dieghito fa capire che la sua è una battaglia generazionale, per svecchiare e rilanciare l’Italia che funziona, apprezzata anche all’estero, rinnovandone l’establishment. Non a caso, nello spodestare Geronzi, Della Valle trova la sponda dei manager quaranta-cinquantenni che, al vertice di aziende, banche e assicurazioni, non vedono l’ora di diventare più autonomi.
In realtà, fatto fuori Geronzi, Della Valle è subito passato all’attacco del Corriere, di cui è socio al 5%, ma vorrebbe salire fino a condizionarne la linea editoriale. Operazione in cui, per ora, è stato stoppato proprio da Bazoli.

Anche in questo caso Diego ha fatto fuoco e fiamme, come per Generali, bollando i suoi oppositori come «Gran Ciambellani». E rinforzandosi, nel frattempo, in Mediobanca, dove è salito dallo 0,5 all’1,9%, ma non è riuscito a entrare nel consiglio.
Intanto quello del Belpaese da rilanciare è lo stesso concetto che, nelle ore dell’attacco a Geronzi, risuonava a corredo del finanziamento da 25 milioni che la Tod’s ha erogato per il restauro del Colosseo: «Abbiamo detto “ci siamo” per far vedere al mondo che l’Italia funziona e non per portarci a casa un ritorno», dice Diego. All’operazione Colosseo ne è seguita poco dopo un’altra, per certi versi analoga, questa volta a Milano, dove Della Valle è entrato nella Fondazione della Scala con un impegno di 5 milioni.

Il mecenatismo, in contemporanea con la battaglia alle Generali, lo porta più spesso del solito in televisione, a Ballarò piuttosto che dall’Annuziata. E l’immagine che ne fuoriesce è quella di un uomo di successo, per niente lamentoso, deciso a rompere i tabù di questo Paese con la forza dei propri risultati, in Italia e nel mondo. Senza secondi fini. In realtà c’è chi sostiene che intorno a Della Valle si sia da tempo formata una cordata di personaggi - tra i quali spiccano Luca di Montezemolo (siede nel cda della Tod’s ed è suo socio nel fondo Charme e in Ntv) e Luigi Abete (presidente di Bnl, anch’egli seduto in Tod’s e suo socio in Marcolin) - che lavora per occupare posti nell’era post-berlusconiana. Un progetto che Della Valle non riconosce. Ma che a ben vedere il suo senso ce l’ha.

Basta pensare al controllo (detenuto insieme con Montezemolo e Gianni Punzo), nella Ntv, la società per l’alta velocità ferroviaria che farà concorrenza alle Fs dall’anno prossimo: si tratta di un business tipicamente regolamentato e come tale assai sensibile agli umori della politica. Così come ha una sua logica anche l’assalto al Corriere (sul quale nei prossimi mesi assisteremo al duello con Bazoli). Per gestirlo meglio di come sia adesso, si capisce. Ma forse non solo.