Via Poma, indagato il fidanzato

Per la procura è un atto dovuto per poter comparare il dna. I sospetti su Raniero nati da una traccia della sua saliva su un indumento della vittima. <strong><a href="/a.pic1?ID=204289" target="_blank">L'indagato: &quot;Ho collaborato, continuano a tormentarmi&quot;</a></strong>

Roma - E' stato un bacio o forse un morso a mettere nei guai Raniero Busco. L’uomo è stato iscritto nel registro degli indagati in seguito alle analisi del Dna che il Ris ha effettuato sul corpetto di Simonetta Cesaroni, la ragazza uccisa in via Carlo Poma 2 a Roma, il 27 agosto del 1990, su cui sono state rinvenute tracce della saliva di Busco. E nonostante un alibi di ferro (numerosi testimoni lo hanno scagionato) l’ex fidanzato, che prima compariva insieme a una trentina di sospettati, risulta ora il solo indagato.

L’iscrizione, si sottolinea in procura, è un atto dovuto visto che rappresenta l’unico dettaglio scientifico che possa costituire una prova. Infatti le macchie ematiche rilevate sui lavatoi all’ultimo piano del palazzo di via Poma non hanno dato nessuna compatibilità col sangue dei trenta sospettati, risultando pertanto inutili nella risoluzione del giallo.

La posizione di Busco è dunque singolare. Appare aggravata dall’iniziativa della procura, ma non dai risultati della perizia del Ris sulle tracce di saliva rinvenute: infatti, già all’epoca del delitto il ragazzo aveva dichiarato di aver incontrato la sua fidanzata prima del giorno dell’omicidio. Un incontro «ravvicinato» che potrebbe esser stato all’origine della traccia rinvenuta sul reggiseno di Simonetta.
Ma proprio la mancanza di altre tracce di Dna sull’indumento intimo della vittima hanno «costretto» i pm Italo Ormanni e Roberto Cavallone a procedere nei suoi confronti come atto dovuto. Proprio per questo l’attività investigativa si concentrerà sulla verifica di alcuni alibi, tra cui quello dello stesso Busco e delle persone che hanno giurato sulla presenza del ragazzo lontano dal luogo del delitto.

A nutrire perplessità sul colpo di scena dell’inchiesta è proprio la famiglia Cesaroni. «L’iscrizione di Raniero - spiega l’avvocato Lucio Molinaro - era un atto dovuto. Non basta l’esame del Dna a dire che si tratta del responsabile dell’omicidio. Ma purtroppo, a parte quel residuo di saliva, che è solo sul corpetto di Simonetta e in nessun altro luogo della scena del crimine, non c’è nulla, e perciò credo che i magistrati lo abbiano iscritto per poi archiviare la sua posizione». E ancora: «Fino al 30 luglio scorso - insiste il legale - la situazione era questa. La famiglia Cesaroni e io sapevamo che l’unico indizio era quella traccia di saliva, che il Dna ha rivelato essere di Busco.

Impronte sul corpetto che quindi non prova nulla, dato che Busco e Simonetta erano fidanzati. La famiglia della ragazza è appesa a un filo. So che, vicenda Busco a parte, gli investigatori e la procura hanno lavorato in silenzio su più piste e in altre direzioni. Sono state interrogate molte persone, fatti riscontri che, almeno fino al 30 luglio scorso, quando abbiamo avuto un colloquio con i magistrati, non hanno portato a nulla. Ci recheremo in procura nei prossimi giorni per sapere se vi sono altre novità. Lo speriamo ma la speranza, ripeto, è appesa a un filo sottilissimo».

Se l’analisi del Dna non è sufficiente a collocare sulla scena del crimine Busco e quindi quel bacio o quel morso, l’iscrizione potrebbe davvero portare a un’archiviazione del caso, a un proscioglimento del giovane, a lasciare insoluto uno dei più complicati gialli italiani.