Via Poma, la Procura ha un nome Il dna può incastrare il killer

Le tracce biologiche scoperte sugli abiti della Cesaroni riconducono a una persona conosciuta. I magistrati chiedono ora ai carabinieri se la saliva e il sangue sull’ascensore sono della stessa persona

Massimo Malpica

Roma - Eccola, la perizia sull’omicidio di via Poma. Un documento che punta senza girarci troppo intorno su un ragazzo molto vicino a Simonetta Cesaroni. Commissionata dalla procura di Roma, la relazione si compone di una novantina di pagine. E ha già scatenato polemiche per le rivelazioni di Matrix, il programma condotto da Enrico Mentana.

L’incarico Sul frontespizio si legge che «il 27 maggio 2004 il pm Roberto Cavallone ha incaricato il ten. col. dei carabinieri Luciano Garofano e il dr Roberto Testi di espletare una consulenza tecnica di tipo biologico/medico» per sapere cinque cose: «Quanto tempo dopo l’ultimo pasto intervenne la morte di Simonetta; se l’azione delittuosa iniziò e terminò nel locale dove venne trovato il corpo; se la ragazza era vestita oppure no; se l’approccio (lesione al capezzolo sinistro) sia avvenuto all’inizio dell’aggressione o quand’era morente o deceduta; quale tipo di oggetto può essere stato utilizzato per colpire la ragazza». Successivamente, il 27 ottobre 2004, la procura sollecita il Ris e gli esperti a utilizzare le più moderne tecniche di indagini scientifiche per rilevare tracce di natura biologica «sul reggiseno, sul corpetto, sui calzini» di Simonetta; sul «vetro dell’ascensore» di via Poma, sul tagliacarte, sulle chiavi dell’appartamento custodite nella portineria, su un quadro dell’ufficio dove lavorava la ragazza, sull’orologio, l’ombrello e la borsetta della vittima, su una penna-pugnale. E soprattutto, i consulenti tecnici sono chiamati a rilevare «il profilo genetico delle persone le cui tracce biologiche sono state raccolte dalla polizia giudiziaria» nelle indagini su Pietro Vanacore e Federico Valle.
La pista del Dna Maggiore attenzione, spiegano i consulenti, è stata posta sul tessuto del reggiseno e del corpetto della ragazza «per una ricerca mirata a materiale genetico umano maschile». E dall’interpretazione dei dati, effettivamente emerge «presenza di materiale genetico umano, e una specifica presenza di Dna appartenente esclusivamente a un uomo». In realtà la traccia, denominata «terzo profilo genico» (su 33 raccolti in totale) è mista. «Riconducibile - spiegano i periti illustrando gli esiti dell’esame sugli indumenti intimi - a un soggetto allo stato ignoto, identificabile come componente minoritaria di un profilo misto dominato da materiale genetico appartenente alla vittima». In pratica c’è del Dna maschile «nascosto» in quello di Simonetta. Che solo oggi, con le nuove tecniche, è stato possibile riconoscere e isolare. Per dare un nome a quel «soggetto allo stato ignoto» gli inquirenti confrontano quella traccia con una serie di campioni di Dna «depositati» su bicchieri, tazzine e mozziconi di sigarette da tutti i personaggi interrogati durante il nuovo corso delle indagini. E tutti i 33 profili raccolti in via Poma sono stati confrontati con le tracce di Dna «acquisite nei precedenti casi delittuosi». Ma nessuno di quei Dna era «pregiudicato».


La verità in un caffè La mattina del 16 febbraio 2005, invece, l’uomo molto vicino a Simonetta Cesaroni manda giù un caffè. La tazzina finisce agli atti, come anche un bicchiere di plastica da cui l’uomo ha bevuto. I reperti con il suo Dna vengono classificati come 72° e 89° campione. E quando i periti cominciano a incrociare le tracce ritrovate sulla scena del delitto con i campioni raccolti tra i potenziali sospetti, scoprono che il materiale genetico del ragazzo «risulta perfettamente compatibile con la componente minoritaria di cui al terzo profilo genico». Cioè quello individuato sul reggiseno e sul corpetto della giovane uccisa nel ’90. Che i profili siano «compatibili» non vuol dire che siano «identici», ma la perizia rimarca come sia difficile, quasi impossibile, che si tratti di una mera coincidenza. «La probabilità casuale di individuare un altro soggetto con lo stesso profilo genetico evidenziato - si legge nella consulenza - è di circa un soggetto ogni dieci miliardi di miliardi di individui». Mica poco. I periti si concedono lo scrupolo di una seconda valutazione statistica detta «Lr-calcolo del rapporto di verosimiglianza», nella quale mettono a confronto l’ipotesi che quel Dna sia del conoscente di Simonetta con l’ipotesi che invece il materiale genetico sia di un individuo ignoto.


Il giallo dell’indagato «Tale parametro - sostengono i consulenti - supporta l’ipotesi accusatoria di un milione di miliardi di volte». Secondo i periti, le possibilità che quel Dna sia dell’uomo vicino a Simonetta sono insomma schiaccianti rispetto all’ipotesi dell’«ignoto». Ma c’è un dettaglio lessicale, in questa parte del documento, che balza subito agli occhi. Spiegando il funzionamento del calcolo di verosimiglianza, gli esperti infatti scrivono: «Maggiore sarà il rapporto (...) più forte sarà l’evidenza che supporta l’ipotesi accusatoria, e cioè che la traccia sia effettivamente riconducibile all’indagato almeno in parte». Indagato? Quell’uomo è dunque sotto inchiesta?


La morte arriva prima Altro elemento di novità riguarda l’ora presunta della morte. Un tema scottante, mai chiarito con certezza anche per la mancanza di qualsiasi valutazione «sulla temperatura corporea del cadavere al momento del ritrovamento e nelle ore successive». Fino ad ora, comunque, si riteneva che Simonetta fosse stata uccisa intorno alle 17.30. I periti hanno ora ricostruito l’ultimo pasto della ragazza (un pezzo di pizza e una mezza porzione di risotto alla pescatora), e dalla quantità di cibo ritrovato all’epoca nel corso dell’esame autoptico concludono che «si può collocare il momento del decesso a non più di un paio d’ore dall’assunzione del cibo». E dunque «l’ora della morte» non dovrebbe essere «posteriore alle 15.30-16 dello stesso giorno».

Il movente sessuale I periti concordano sul fatto che Simonetta, colpita da diverse coltellate al torace, non ha avuto il tempo di difendersi. A riprova di ciò osservano che «la vittima aveva le unghie lunghe e curate, perfettamente intatte e senza la presenza di frammenti di cute dell’aggressore». Il documento ricostruisce la dinamica dell’aggressione, e si sofferma su «una lesione presente sul seno sinistro». È un morso, «inferto quando la Cesaroni era ancora in vita». E «un morso in tale sede, unitamente alla modalità dell’evento - conclude la perizia - suggeriscono una componente sessuale nell’aggressione».
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