Pompei crolla sotto le truffe sindacali

Secondo l’accusa sarebbero stati pagati straordinari per 700mila euro ai
dipendenti utilizzando un espediente: corsi di formazione in realtà mai
fatti. Tutto dopo un accordo "segreto" con le organizzazioni dei
lavoratori.
Indagate 266 persone

L'ultimo a cedere, era sul finir dello scorso novembre, fu un pezzetto della «casa del Moralista». Sette metri di muro di cinta, tufo, per la precisione. Ma quale ghiotta occasione per urlare «piove, governo ladro». Sbraitarono sdegnati in coro i Moralisti della sinistra disunita: «Colpa di Bondi, il ministro deve dimettersi».
E adesso cosa diranno? Adesso che Pompei crolla davvero ma sotto i colpi della Guardia di finanza che ha riesumato dalla città sepolta una storia di truffe e inciuci vecchia di vent’anni. Adesso che al centro del malaffare sembra ci siano gli accordi sottobanco di furbetti sindacalisti; dopo che 265 dipendenti addetti alla vigilanza dei siti archeologici di Pompei, Stabia, Torre Annunziata, Boscoreale ed Ercolano, sono finiti sotto inchiesta, mentre Luigi Crimaco, ex direttore amministrativo degli scavi, rischia di finire a processo per truffa, falso e peculato. I militari gli hanno sequestrato beni per 700 mila euro.
È una storia di ricatti e compromessi questa, di diritti violati e accordi sottobanco, dove qualcuno potrebbe però obiettare che il fine giustifica i mezzi. Una storia cominciata nel 1988, corsa nel tempo fino al 1996. Secolo scorso. Quando ancora il Cavaliere era «solo» un ricco imprenditore e l’attuale ministro ai Beni culturali un sindaco di paese. L’inchiesta era partita da mesi. Ieri il tribunale del riesame di Napoli ha dato ragione all’accusa lanciata dalla procura di Torre Annunziata.
Questo in sintesi il quadro: gli straordinari effettuati dal personale degli scavi negli anni 1988-1996, non sarebbero stati pagati dall’Ente nei tempi dovuti, quindi dieci anni dopo ecco le «paghe» finire in prescrizione. Obtorto collo. Quindi l’inghippo. Di fronte alla minaccia di scioperi, malattie vere o presunte e ritorsioni varie, Luigi Crimaco, direttore amministrativo pro tempore dell’Ente, d’accordo con le rappresentanze sindacali dei lavoratori - in particolare Cgil/Fp, Cisl/Fps, Uil/Pa, Flp/Bac, Unsa/Snabca e Intesa- avrebbe deciso nel 2004 di saldare il debito. Con il più classico degli escamotage: finti corsi di aggiornamento per i dipendenti «creditori», lezioni tenute naturalmente in orario di lavoro- compresi notturni e festivi- e naturalmente retribuite. Il tutto con un ammontare di ore «personalizzato», cioè corrispondente perfettamente alle ore di straordinario rivendicate da ogni singolo lavoratore.
Ma non basta. Il ministero competente, quello retto oggi dal ministro Bondi, nulla sapeva e niente autorizzò. I soldi arrivarono dai fondi gestiti direttamente dalla Soprintendenza.
Crimaco, attraverso il suo avvocato Luigi De Vita, ammette ma al tempo stesso si difende. «La decisione di trovare “soluzioni alternative” per pagare ai dipendenti degli scavi gli straordinari prescritti fu presa nel corso di un incontro cui parteciparono, oltre alle organizzazioni sindacali, il soprintendente regionale ai Beni archeologici dell’epoca, Stefano De Caro, e l’allora direttore amministrativo degli scavi, Giovanni Lombardi, predecessore del mio cliente», sostiene il legale. Che aggiunge di voler ricorrere Cassazione contro il sequestro dei beni.
«L’accordo - puntualizza l’avvocato - si basava sul principio etico del diritto al compenso, dal momento che il lavoro straordinario, anche se prescritto, era stato effettivamente svolto. Inoltre metteva fine a scioperi che per mesi avevano creato il caos negli scavi la chiusura per giorni del complesso archeologico e, di conseguenza, gravi danni alle casse statali».
Equazione «perfetta». A Pompei si rubava allo Stato per non far perdere denaro allo Stato.