Dal ponte fantasma agli smoking tutti gli sprechi in riva alla Laguna

L’opera dell’architetto Calatrava costerà 900mila euro in più e sarà inaugurata almeno con sei anni di ritardo. E il Comune regala abiti da sera ai suoi dipendenti

Marco Toscani

da Venezia

Doveva costare 2,5 milioni di euro. Ne costerà tra 700mila e 900mila in più, se tutto andrà bene. Senza contare i ritardi. Proprio l’aumento dei costi e lo slittamento dei tempi di inaugurazione hanno attirato l’interesse della Corte dei conti veneta e della Guardia di finanza sul Ponte di Calatrava, opera a dire il vero neanche tanto faraonica, ma che doveva dare lustro e prestigio a cinque anni di amministrazione comunale di Paolo Costa.
Pensato nella seconda metà degli anni novanta - Massimo Cacciari regnante - il quarto ponte sul Canal Grande, che dovrebbe collegare piazzale Roma alla stazione ferroviaria, non ha ancora visto la luce al punto che il filosofo ha fatto in tempo a ritornare alla guida del Comune dopo l’interregno di Costa. Anziché essere il simbolo di una modernità griffata da uno dei migliori architetti al mondo, il ponte è diventato emblema dello spreco di soldi pubblici. Del resto l’opera è nata male fin dall’inizio, da quando cioè si scoprì che non era stata pensata per i disabili. Oggi, sulle due sponde, ci sono i basamenti con i tronconi di innesto protesi nel vuoto, in attesa di ricevere i giunti che costituiranno il ponte a campata unica.
I tronconi sono a Marghera, dove sono stati visitati dalla Guardia di Finanza che vuole capire il motivo dei ritardi e dell’aumento dei costi. Lo vorrebbe capire anche il Comune, che ha intenzione di aprire un contenzioso con la società che ha vinto l’appalto, la Cignoni di Lendinara, che a sua volta ha affidato i lavori a una ditta di carpenteria, la Lorenzon.
I tecnici comunali dicono che il ponte non si può assemblare perché, per un errore nella realizzazione o addirittura nella progettazione (e qui viene chiamato in causa il famoso architetto spagnolo Santiago Calatrava), si è scoperto che una campata unica ad arco così basso non potrebbe stare in piedi. E dunque il ponte, che doveva essere inaugurato nel 1999, è passato per una sfilza di rinvii e annunci senza mai essere completato.
Oggi si parla di settembre, ma ormai non ci crede più neanche il contagiorni digitale che era stato collocato in piazzale Roma, rassegnato a restare spento per pudore. La magistratura contabile intanto vuole vederci chiaro, a partire dalle modalità di finanziamento. Perché, si sono chiesti ad esempio alcuni consiglieri comunali di centrodestra, un’opera che serve da una parte un’area pubblica come piazzale Roma e dall’altra un edificio che ospiterà in parte la Regione e in parte strutture di vendita private (Benetton) è stata finanziata tutta con soldi pubblici e non cinquanta e cinquanta?
Il ponte di Calatrava - soprannominato ponte di Penelope - è solo uno dei tanti simboli degli sprechi veneziani, sui quali più volte si è soffermato nelle relazioni annuali il Procuratore generale della Corte dei conti, Carmine Scarano, che nel 2000 arrivò a evocare, come modello di virtù finanziaria, addirittura gli amministratori della Repubblica Serenissima.
L’ultima polemica sugli sprechi, in ordine di tempo, fa anche sorridere. Sotto accusa è finito l’assessore al Decoro e alle tradizioni veneziane, Augusto Salvadori, lo stesso che negli anno ottanta, sempre da assessore, cacciò i saccopelisti da Venezia e vietò le canzoni napoletane in gondola. A fine giugno Salvadori con una cerimonia in pompa magna ha deciso di lavare piazza Ferretto a Mestre con 10mila litri d’acqua, proprio mentre la società comunale di gestione delle risorse idriche invitava i cittadini a non sprecare l’acqua.
Simili alla telenovela del ponte di Calatrava, invece, le vicende di altre due opere pubbliche, entrambe al Lido: il Blue Moon e la piscina.
Il primo è un complesso di negozi e locali che si affaccia sulla spiaggia e si protende in mare con una terrazza sopraelevata di dubbio gusto. Avrebbe dovuto diventare il cuore della vita commerciale e notturna dell’ex isola d’oro in cerca di rilancio. Inaugurato nel maggio 2004, dopo quindici anni di rinvii e problemi strutturali, è già decadente sebbene funzionante, con un giardino tenuto in condizioni pietose e infiltrazioni d’acqua dal tetto e dal pavimento. I costi sono lievitati dai 3 milioni di euro iniziali ai 6 milioni e mezzo finali, e ancora si continuano a pagare spese di manutenzione.
Stessa trafila per la piscina, progetto atteso per 50 anni e per cui c’era stata anche un’inchiesta penale (poi archiviata) su Cacciari, un paio di assessori e alcuni tecnici comunali.
La piscina, costruita in zona dichiarata protetta dopo l’approvazione del Piano d’area della laguna veneta, di fatto venne ritenuta abusiva anche dalla Cassazione e per la sua costruzione vi fu una lunga trafila tra appalti, guasti e ritardi.
L’impianto venne inaugurato nel 2002 con i costi che anche in questo caso erano raddoppiati, da 5 a 10 miliardi di vecchie lire.
Altro capitolo riguarda consulenze, incarichi e partecipazioni societarie dell’amministrazione comunale. L’anno scorso gli ex consiglieri comunali di An, Raffaele Speranzon e Luciano Pomoni, denunciarono gli sprechi della giunta Costa. Tra questi, gli stipendi di 12 impiegate assunte dal Centro Donna del Comune, i cui risultati operativi non erano mai stati verificati. E ancora, le spese di rappresentanza e quelle dell’ufficio di gabinetto del sindaco Costa, ai cui dipendenti viene passato uno smoking ogni 4 anni per le grandi occasioni, con in aggiunta un’indennità annua per il vestiario di circa 9mila euro lordi.
Per quanto riguarda i soldi buttati in partecipazioni societarie, brilla la vicenda di Alata, carrozzone misto tra pubblico (enti locali) e privato (Infracom) per la gestione dei flussi turistici del Giubileo. Dal 2000 Alata ha sempre chiuso in rosso, con i soci costretti a ripianare. A fronte di un capitale sociale di poco superiore ai 200mila euro, nel 2004 la perdita è stata di 673.500 euro. Il Comune deteneva il 19,7 per cento di Alata e ogni anno, per quattro anni, è dovuto intervenire a coprire i buchi per la sua parte. Risultato: Alata è stata sciolta pochi giorni fa. Infine, le tante istituzioni create dal Comune, come quella per la conservazione della gondola e per la tutela del gondoliere. Sulla loro gestione, a giugno, è calata la mannaia del collegio dei revisori dei conti, che ne ha denunciato l’elevato numero e la cattiva gestione, con bilanci spesso in perdita e quindi da ripianare.
I revisori hanno lanciato l’allarme: se non si frenano le spese correnti, a tenere in piedi il bilancio comunale non basteranno la risorse che ogni anno il Casinò trasferisce alla città: circa 100 milioni di euro.