A Ponte Milvio i residenti «slucchettano» i lampioni

«Ogni notte lavoriamo con le tronchesi ma le catene nuove sono sempre di più»

«Non c’è niente di bello, e soprattutto niente di spontaneo. Il sindaco come al solito tenta di cavalcare l’emotività di questo basso fenomeno di emulazione, forse perché il XX municipio è l’unico dove è ancora in minoranza». A parlare è Filippo, vent’anni, residente a Roma nord, dov’è ambientato il fortunato romanzo (e il film) Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia. Con un gruppo di amici ha fondato il «comitato spontaneo slucchettatori di Ponte Milvio». E prende le distanze sia dalle dichiarazioni di Veltroni che da quelle con cui molti esponenti della Cdl hanno difeso la «moda» di attaccare catene e lucchetti ai lampioni dello storico ponte per poi gettarne la chiave nel Tevere. «Siamo di destra, ma come residenti della zona, su questa vicenda, ci sentiamo poco rappresentati dalla politica. Incatenare i lampioni non è una consuetudine storica, come accade a Firenze per Ponte Vecchio. È una banale tendenza, una prova di finto romanticismo inventata da Moccia e ripresa da un gregge informe di ragazzi fomentati dopo aver visto il film o letto il libro, incapaci di un pensiero originale. Il risultato è che siamo diventati una specie di richiamo turistico dove si riversano ondate di barbari da tutta la città e non solo. E non per il bellissimo ponte». «L’unico che fa affari d’oro - sospira Filippo - è il ferramenta sulla piazza, che si arricchisce vendendo catene e lucchetti». E tronchesi. Già, perché Filippo e i suoi amici hanno scelto la via dell’azione personale per dare un taglio al trend. «Sul vandalismo dei writers, che tra qui e corso Francia sentono l’esigenza di imbrattare monumenti “in onore” a “3msc”, possiamo fare poco. Per i lucchetti, invece, la sera entriamo in azione e sfoltiamo quel bosco di catenelle a colpi di cesoia. Purtroppo non serve. Quelle che tagliamo sono decisamente meno di quelle che il giorno dopo vengono legate da chi manifesta l’amore copiando un rito che svilisce i sentimenti». Potere della moda. «Che ora riabilita anche il “pariolino” - insiste Filippo - come macchietta di se stesso, dopo che per anni la nostra zona è stata demonizzata come se fossimo tutti mostri del Circeo». I gusti sono gusti. Il problema sono le conseguenze. «L’area del ponte - conclude il ragazzo - è una discarica. A parte i lucchetti, ogni sera il selciato è tappezzato di bottiglie. E d’estate, tra droga e ubriachi, siamo la nuova piazza Trilussa. Vogliono trasformarci in una riserva indiana, ma non lo permetteremo».