Il pontefice massimo dell’editoria va alla guerra del «lei m’insegna»

Ogni giorno in Italia escono 170 nuovi libri e 70 vecchi quotidiani. Spesso l’unico pregio dei 170 libri è d’avere un titolo diverso dai 70 quotidiani, che tutte le mattine sono costretti ad andare in edicola con quello che si diedero alla fondazione. A differenza dei 70 quotidiani, il 35-40% dei 170 libri non venderà neppure una copia, segno che persino i parenti più stretti sono disinteressati a conoscere ciò che taluni scrittori hanno da dire.
Ogni giorno in Italia 109 libri vengono ritirati dal commercio, dopo una permanenza media sugli scaffali di un paio di mesi, e nessuno ne parlerà più o se li ricorderà. Ciò nonostante ogni giorno in Italia nascono due nuovi editori e un premio letterario, il che è davvero sorprendente considerato che il 57,7% degli abitanti di questo Paese non ha mai letto un libro, a parte (forse) i testi scolastici.
Ogni giorno in Italia, precisamente a Milano, Giuliano Vigini si alza alle 5 e comincia a pettinare questo tentacolare colosso che è il mercato editoriale. Lo fa con una minuziosità pari solo alla sua calligrafia in corsivo, la più microscopica che mi sia mai capitato di ammirare, il corrispettivo – l’ho misurata – di un corpo 6: i vecchi tipografi sanno di che parlo, voi lettori fate conto di vedere dei caratteri inferiori di un terzo ai presenti che già state leggendo a fatica.
Tanta esilità contrasta con le definizioni che sono state distillate per questo esperto di rara mitezza: «il massimo studioso del fenomeno libro» (Famiglia Cristiana), «il guru dell’editoria» (La Stampa), «il medico dell’editoria libraria» (Reset), «il santo padre della statistica» (Börsenblatt). La più azzeccata resta quella che Silvia Giacomoni, moglie di Giorgio Bocca, ne diede su Repubblica: «L’uomo che molti studiosi qualificano affettuosamente con l’aggettivo di folle: per la vita e le imprese tutte in controtendenza».
In effetti solo uno sconsiderato poteva trascinare trent’anni fa Michele e Paolo Costa, discendenti della famosa dinastia di armatori genovesi, in quest’avventura dell’Editrice Bibliografica, che ogni anno pubblica il catalogo completo dei libri in commercio, un inventario di sei tomi contenente la descrizione di 500.000 titoli, aggiornato mensilmente su Cd rom. Sì, solo un folle poteva compilare Clio, un’enciclopedia in 19 volumi che raccoglie tutti i titoli usciti in Italia dal 1801 al 1900 e che ha richiesto anni per andare in pareggio con i costi, «ma il rischio è il respiro stesso dell’editoria», tira ora il fiato.
Vigini non è solo un prismatico editore che i libri si limita ad annusarli, palparli, leggerli, computarli, repertoriarli. È anche un critico letterario che cominciò a dissezionarli su Studi francesi e Letture, che ha continuato a studiarli per conto della Presidenza del Consiglio, che li osserva come direttore di un bimestrale (Libri e riviste d’Italia) edito dal ministero dei Beni culturali, che ne fa oggetto da otto anni di una folgorante rubrica di appena 350 caratteri (Numeri) sul Corriere della Sera della domenica, che ne tratta su una miriade di altre testate, che li presentava sul sito Alice (acronimo di Archivio libri italiani su calcolatore elettronico) il cui dominio ha poi ceduto a caro prezzo alla Telecom. Tutte attività che con modestia egli riassume così: «Sono dentro in tante scarpe».
Dopodiché il folle editore deve occuparsi anche dei libri «di» Vigini, quelli che scrive lui, il critico che ha tradotto Anatole France, Léon Bloy, Antoine de Saint-Exupéry, Charles Péguy, Paul Claudel, Blaise Pascal, François La Rochefoucauld, il raffinato esegeta biblico che sta completando il Dizionario del Nuovo Testamento in sette tomi (tre già usciti), l’innamorato di Sant’Agostino che ha dedicato al vescovo di Ippona varie opere critiche e una biografia con prefazione vergata a mano vent’anni fa dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, «anche il Papa scrive in piccolo come me», estrae dal portafoglio una foto di Benedetto XVI con dedica autografa.
Fino a questo Stavo per chiamarti (Lampi di stampa, 121 pagine, 8 euro) uscito da un paio di mesi, un irresistibile catalogo nazionale delle frasi fatte (da «lei m’insegna» a «facciamo tutti un passo indietro», da «sediamoci attorno a un tavolo» a «non lasceremo nulla di intentato») per cui anche l’Italia che non legge si sta accorgendo che dal 2 agosto 1946 esiste grazie al cielo un certo Giuliano Vigini.
Pamphlet sorprendente, per un autore serio quale è lei.
«Quando si lavora molto, riposarsi è cambiare fatica. L’ho scritto per quello».
È reduce dalla Fiera del libro di Torino. Che banalità ha captato al Lingotto?
«Mi ha molto impressionato il continuo riferirsi alla giacchetta di Carlo Azeglio Ciampi. In assoluto la più tirata d’Italia».
Apprezzo la diplomazia verso i suoi colleghi editori. Ma vorrei aiutarla: «Piove sul bagnato». Alessandro Laterza dixit.
«Queste le considero ancora espressioni idiomatiche, dunque tollerabili. Molto peggio “non ci lasceremo intimorire”».
Che significato avrà?
«C’è in giro un sacco di gente che spara a zero o minaccia di farlo. E ce n’è altrettanta, sprezzante del pericolo, che tira diritto, impavida. Sono cambiati i tempi: ormai il coraggio uno se lo può dare».
Perché gli stereotipi dilagano?
«Perché li usano tutti. È un tic linguistico inconsapevole. Prenda il “come dire”: è divenuto un intercalare incontrollabile, un guadagnare tempo per pensare alla frase successiva».
Però deve ammettere che è difficile inventare sempre formule nuove senza cadere nello stucchevole. Restare di sasso è già brutto, ma restare di cemento armato sarebbe peggio.
«Sono nemico solo delle frasi fatte che hanno un grado di ripetitività altissimo e un tasso di contenuto bassissimo. Esempio: “Evitiamo fughe in avanti”. Forse che esistono le fughe all’indietro? Oppure “il problema è un altro”, “faremo la nostra parte”, “non faremo sconti a nessuno”».
D’accordo. Ma al posto di «pallido come un cencio» lei che cosa scriverebbe?
«La ricerca dello stile è la ricerca del non scontato. Dobbiamo sorvegliarci, evitare il luogo comune e rinnovarci di continuo. Se invece usiamo stilemi fissi, non facciamo meglio delle autorità comunali di Cornate d’Adda, il paese di mia cugina, che sotto il monumento in piazza hanno scolpito: “Cornate ai caduti”».
E per rinnovarsi di continuo si corica alle 20.30 e si alza alle 5.
«Sì, ceno con Zapping alla radio e mi addormento con Otto e mezzo che guardo in Tv stando a letto. Per farlo bisogna avere una moglie molto paziente, come quella che ho sposato 36 anni fa. Un medico epidemiologo che ha rinunciato a vedere la luce del sole. La sveglia alle 5 è obbligata: non potrei certo scrivere di Bibbia in ufficio».
Quanti libri legge in un mese?
«Non meno di 25-30».
Per diletto o per dovere?
«Ormai leggo esclusivamente per dovere. Tenga conto che nel mondo solo su Sant’Agostino esce un libro al giorno e io sono obbligato a procurarmelo, visto che a mia volta ne ho appena finiti di scrivere due sull’autore delle Confessioni. Per diletto mi limito ai libri degli amici: sto leggendo La misteriosa storia del papiro di Artemidoro di Ernesto Ferrero e Stranieri a Samoa di Ambrogio Borsani».
Come si regola con gli aspiranti scrittori che si rivolgono a lei?
«Non è il mio mestiere. Anche se è capitato che un famoso musicista abbia deciso di mandarmi un suo manoscritto sulla storia del bacio».
Che deve fare un tizio che crede d’aver scritto un capolavoro e lo vorrebbe veder stampato?
«Tentare e sperare. Prima d’incontrare Cesare De Michelis, il fondatore della Marsilio che l’ha letta, ci ha creduto e le ha pubblicato il primo romanzo La testa fra le nuvole e poi Per voce sola, Susanna Tamaro s’era vista respingere da una decina di editori. E stiamo parlando della scrittrice che poi ha venduto tre milioni di copie solo in Italia e che detiene tuttora il primato di permanenza in classifica: tre anni consecutivi con Va’ dove ti porta il cuore. Meglio di Oriana Fallaci: due».
Chi le ha instillato l’amore per la lettura?
«Mio padre Battista, un semplice impiegato comunale innamorato di De Amicis e dei grandi russi. Mi ricordo ancora il modo in cui mi leggeva Gorkij, Dostoevskij, Turgenev. Quando il bambino ascolta, memorizza l’enfasi, la passione, il sorriso di chi narra. L’imprinting dei genitori diventa fondamentale: abituare alla lettura è la radice della fedeltà al libro».
Perché in Italia si leggono pochi libri?
«Perché il 68% degli italiani non è in grado di comprendere ciò che legge, essendo analfabeta oppure semianalfabeta, in possesso della sola licenza elementare o media».
Le classifiche dei libri più venduti sono attendibili?
«Gian Arturo Ferrari, direttore generale della Mondadori, sostiene che sono da rifare perché non tengono conto di canali emergenti, come la grande distribuzione e Internet. Ha ragione. Quando era arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini vendeva ogni anno in soli tre mesi da 900.000 a 1.100.000 di copie della sua lettera di Natale. Un record assoluto. Ma se il campione statistico include solo due librerie religiose, è ovvio che le classifiche risultano falsate».
Che cosa decreta il successo di un libro?
«Un titolo azzeccato incide per il 60-70%. Io speriamo che me la cavo del maestro napoletano Marcello D’Orta avrebbe dovuto vendere, nelle intenzioni di chi lo stampò, 6.000 copie. Invece, spinto da quella frase scritta da uno dei suoi alunni, nel primo anno d’uscita era già arrivato a 680.000».
Altri ingredienti?
«La trama. I grandi scrittori angloamericani da questo punto di vista sono ingegneri infallibili, capaci di costruire macchine narrative perfette, dove all’interno di una storia si dipanano infine altre storie. Poi contano molto il passaparola, il prestigio dell’editore, il marketing, la comunicazione».
E la pubblicità.
«La pubblicità moltiplica le vendite di un libro che già va di suo, ma non farà mai vendere un libro che non va. In ogni caso la principale caratteristica del best seller è l’imprevedibilità. La capanna dello zio Tom vendette 300.000 copie solo negli Usa nel primo anno, e stiamo parlando del 1852. Poco meno di un secolo dopo, nel 1936, Via col vento fu il primo libro a sfondare il muro del milione di copie sempre nel primo anno di pubblicazione».
Nonostante a quei tempi la lettura fosse un hobby assai più elitario di oggi.
«Sì, ma chi avrebbe detto che la saga di Harry Potter, appena 24.000 copie vendute al suo apparire, al sesto volume avrebbe toccato quota un milione? E comunque non è che il mercato sia cresciuto poi molto negli ultimi 70 anni. L’editoria, 7.391 aziende in questo momento, è tenuta in piedi da un 3% di italiani, uno zoccolo duro di due milioni scarsi di lettori che comprano tutto. La gente manco è al corrente dell’uscita di un libro. Ogni giorno veniamo a sapere di un editore che è morto e non sapevamo neppure che era nato».
Come si crea un fenomeno alla Federico Moccia, l’autore di Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te che la generazione degli Sms ormai chiama con gli acronimi 3msc e Hvt?
«Il libro non è più un oggetto di carta ma un mondo di destini incrociati, di universi che s’accavallano e interagiscono con il cinema, la Tv, il Web, il telefonino».
Mia figlia, 14 anni, dice che la maggioranza dei suoi coetanei compra i libri di Moccia ma non per leggerli: per esibirli nelle vie cittadine come segni di riconoscimento, di appartenenza.
«È così».
Un importante editore mi ha confessato che se chi scrive un libro non è un volto della Tv, manco ci prova a pubblicarlo. Viceversa, se sta in video, gli pubblicherebbe qualsiasi cosa.
«Io lo chiamo giornalismo editoriale. Le case editrici inseriscono in catalogo sempre più spesso opinionisti e giornalisti di successo, ma tendono a ricavare un libro da ogni autore o evento che sale alla ribalta mediatica».
Lei stesso ha dichiarato che metterebbe subito sotto contratto Mara Venier e Pippo Baudo.
«Per forza, intercettano tante fasce di pubblico. Come Susanna Tamaro, che è letta da donne, ragazzi, anziani e suore».
Suore?
«Ho fatto un’indagine sulle letture non religiose delle monache e ho scoperto che la Tamaro è al secondo posto nelle loro preferenze».
Eppure, per rimanere ai volti della Tv, risulta che per il 29% degli italiani Montalbano è un personaggio dei Promessi sposi.
«Già. E per il 36% di questo campione il Decamerone è un vino rosso, mentre I malavoglia sono per il 28% un gruppo di studenti alla vigilia della prima guerra mondiale».
È vero che qualsiasi libro viene pubblicato perché può contare su un plafond di 700 copie acquistate a scatola chiusa dalle biblioteche comunali?
«Un tempo era così. Ora se ne acquistano 300 copie è già un miracolo. Anche perché, le sembrerà assurdo, le biblioteche in media investono appena l’8% del bilancio nella loro missione specifica: l’acquisto di libri».
Quante copie deve vendere un libro per non essere considerato un flop?
«Dipende dalle dimensioni dell’editore. Per Mondadori sotto le 6.000 copie è un buco. Per Adelphi o Il Mulino dalle 3.000 in su è un successo».
Lei Vigini quanto vende?
«Con Stavo per chiamarti conto di arrivare a 6.000 copie».
Come si spiega lo straordinario successo che Tiziano Terzani riscuote persino da morto con un libro postumo, La fine è il mio inizio, in cui dialoga col figlio Folco?
«È il classico esempio di personaggio mediatico che è andato crescendo. Il figlio è stato ospite in Tv da Fabio Fazio a Che tempo che fa: sono cose che aiutano. Ogni libro di Terzani ha la peculiarità di raddoppiare rispetto al precedente. Per cui se Un altro giro di giostra ha venduto 400.000 copie, questo arriverà presto a 800.000».
Gli altri bestselleristi italiani chi sono?
«Nell’ultimo quinquennio i best seller sono stati solo una cinquantina e se li sono spartiti appena 15 editori: Mondadori è al primo posto con 17 titoli. Nel 2005 i cinque più venduti sono stati: Il Codice da Vinci, Angeli e demoni, La verità del ghiaccio, tutti e tre di Dan Brown, La luna di carta di Andrea Camilleri e Lo Zahir di Paulo Coelho».
Che cosa pensa del Codice da Vinci?
«Un’opera falsa dal punto di vista storico e religioso. Una frode. Una patacca. La campagna per denunciarlo bisognava cominciarla molto prima».
Quali sono i sempreverdi?
«La caratteristica dei classici è d’essere contemporanei di tutti, d’interpretare in modo eminente la grandezza e la miseria dell’uomo, che non ha tempo. Ci sono scrittori famosi che oggi non si leggono più. Un esempio per tutti: Alberto Moravia. Dopo la grande triade del ’900 formata da Luigi Pirandello, Italo Calvino e Carlo Emilio Gadda, sta crescendo nell’ammirazione Giuseppe Pontiggia, un caro amico che rimpiango».
La Bibbia resta il libro più venduto e meno letto?
«Di sicuro. Tre-quattro milioni di copie l’anno solo in Italia. E il “vangelino” della San Paolo ne vende 300.000».
Che cosa la attrae della Sacra Scrittura?
«Tutto. È la fonte del nostro vivere, il segno di quello che siamo e che dovremmo diventare. Lì impariamo la sapienza del cuore, lì troviamo il modello per i nostri comportamenti».
E la sua predilezione per Sant’Agostino da dove nasce?
«Sono anch’io un passionale, mi accendo d’entusiasmi, avverto molti dei suoi slanci, a cominciare dalla curiosità, che qualche volta diventa cosa vana, come dice lui. M’interessa la vita di Sant’Agostino perché è la storia di un uomo che continuamente cerca per trovare e trova per cercare ancora».
(330. Continua)
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