Il Pontefice parla da teologo e replica al «Codice da Vinci»

da Roma

«Possiamo depositare nell’ossario della storia le ricostruzioni che presentano Gesù come un rivoluzionario o come l’amante segreto di Maria Maddalena». Lo ha detto riferendosi al Codice da Vinci, il cardinale Cristoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, durante la presentazione del libro del Papa che si è svolta ieri pomeriggio nell’aula del Sinodo, in Vaticano. Insieme al porporato, allievo del pontefice, sono stati invitati il teologo valdese Daniele Garrone e il filosofo Massimo Cacciari.
Schönborn ha detto che non deve meravigliare il fatto che Benedetto XVI parli di Gesù, ma il fatto che lo faccia «da semplice credente», confrontandosi con tutti. «Sul pubblico mercato – ha aggiunto – si mettono in vendita “scoperte” apparentemente nuove su Gesù, la rappresentazione biblica viene presentata come una truffa dei preti, un imbroglio. Il libro di Joseph Ratzinger è scritto sulla base della fiducia nell’attendibilità storica dei Vangeli».
Il teologo Garrone, dopo aver ricordato che in questi luoghi un suo predecessore «venne arso al rogo», ha mosso alcune critiche al libro, considerato «un’apologia della fede cristiana», considerata «un’operazione impossibile, perché la verità cristiana è paradossale: nella vicenda di un popolo storicamente marginale, un uomo così marginale per le fonti dell’epoca come Gesù viene considerato Dio. Tutta la vicenda è affidata alla debolezza della testimonianza di uomini e donne che hanno visto Dio in Cristo». Secondo Garrone, dunque, bisogna rinunciare all’apologetica, per rischiare la testimonianza personale.
Cacciari ha infine concluso gli interventi ricordando che Gesù, definendo se stesso verità e via, ha messo in crisi «il concetto di verità stessa che la filosofia aveva elaborato, perché dopo Gesù essa è intrinsecamente relazione, e dunque ricerca».