Pontiggia mette i classici in banca

Le riflessioni dell’autore di «Nati due volte» sui giganti letterari. Con alcune sorprese

«Il problema non è se i classici sono attuali, il problema è se lo siamo noi rispetto a loro. Loro lo sono sempre, basta leggerli, noi non sempre...», affermava Giuseppe Pontiggia in uno scritto breve e intenso, La rimozione dei classici, dei suoi ultimi anni. Quelle pagine ci tornano come corollario a una conversazione da lui tenuta a Bologna sul medesimo tema nell’autunno del 2002, I classici in prima persona, e che oggi dà il titolo a un Oscar Mondadori (pagg. 72, euro 7,40).
Pontiggia, se non mi sbaglio, fu il primo in Italia - tempi ormai abbastanza lontani - a fondare una «scuola di scrittura». Moltiplicandosi via via, tali «scuole» hanno poi patito inevitabili scadimenti e banalizzazioni. Io sono certo che, alla sua «scuola», Pontiggia insegnava a prender confidenza coi classici, ossia con quegli autori che - loro e non altri - ci toccano «in profondità» e a ogni nostra rilettura, anziché venirci a noia, ci sorprendono per tutto quel che sanno ancora trasmetterci, rivelarci. I classici dicono sempre «cose che ci riguardano»; ma non è tanto la ricchezza del loro pensiero a catturarci, quanto lo «stile»: una sorta di «piacere aggiunto» - una vera e propria «felicità» - che dall’autore si comunica al lettore.
Accanto al Pontiggia romanziere - da La morte in banca a Il giocatore invisibile, da La grande sera a Nati due volte - agiva il recensore di professione, non di rado capace di sintesi scorciate al suggestivo limite dell’aforisma. Se i debiti con la studiata proporzione di una ideale «classicità» sono qua e là riscontrabili anche nelle sue architetture narrative, non c’è dubbio che della sua dimestichezza coi classici diano la misura due libri in particolare: I contemporanei del futuro (1998) e Prima persona (2002). I classici non è detto che appartengano esclusivamente al mondo greco e latino: basti citare la passione di Pontiggia per il dickensiano Mr Pickwick, o per quel Goldoni che pure, stando al Croce, sarebbe privo della necessaria «divina malinconia», e qui Pontiggia chiosa fulmineo: «Ogni artista viene rimproverato di non essere un altro. A noi basta la sua gioia umana».
«Se si vuol capire il diritto», egli sostiene, «sono molto più importanti Dostoevskij, o Balzac, o Dickens, piuttosto che i trattati di psicologia del crimine». C’è un enorme, «utile» deposito di umana esperienza nei classici di ogni tempo e latitudine. Il rischio è di una «omologazione» che significa unificazione deleteria compiuta «in nome del mercato». La «parola dei classici» sarebbe sì, tuttora, in grado di contrastare un simile processo, ma sembra che la condotta di molti governi, incluso quello italiano, favorisca semmai un «oblio dei classici».
Pontiggia non si nasconde che il presente ci obbliga ad avere della tradizione una «visione caleidoscopica», pronta ad accogliere apporti che modificano l’immagine della cultura eurocentrica su cui ci siamo basati per secoli. L’importante è non abdicare alla propria «identità storica». Del resto la classicità non è un blocco statico, e quella sorta di «roccia basaltica» nella quale paiono serrarsi in compattezza «mondo antico, medioevo latino e bizantino e letterature romanze» è anch’essa «il prodotto di un’esplosione». Avverso ai «canoni» e al culto esagerato dei «maestri», in quella «roccia» Pontiggia scava, estrae, nomina i suoi autori, da Tucidide a Sallustio, da Seneca a Petronio, da John Donne a Defoe, da Dickens a Maupassant... Scoprirli significa in primo luogo scoprire «la potenza del linguaggio», con quel che ne deriva di coinvolgente, di «memorabile» (in accezione propria cioè destinato a durare nel ricordo).