Ponzoni: «Non è vero che uso cocaina»

«Sono pronto. Fate venire qualcuno in prigione a tagliarmi un capello. Così si vedrà se davvero sono un cocainomane come dite voi, o se la droga non l’ho mai nemmeno assaggiata, come vi garantisco io». Così ha detto ieri Massimo Ponzoni al giudice arrivato a interrogarlo nel carcere di Monza dove è rinchiuso da martedì mattina. E già oggi, probabilmente, riceverà la visita di un luminare della materia: Franco Lodi, per decenni direttore dell’istituto di tossicologia forense della Statale, il massimo esperto milanese di droga. E sarà la perizia di Lodi sul capello di Ponzoni a stabilire se il consigliere regionale del Pdl abbia o non abbia il vizio della polvere.
Consumare droga non è un reato, e infatti la Procura non formula contro Ponzoni nessuna accusa legata agli stupefacenti. Ma i lunghi passaggi dell’ordinanza di cattura dedicati al presunto feeling tra il politico e la coca servono ai pm per dipingere una personalità borderline, dedita a una vita dal tenore spropositato e dai vizi costosi, nonchè in rapporti con il mondo della malavita. Per questo ieri, al primo faccia a faccia con il giudice preliminare, Ponzoni e i suoi legali Luca Ricci e Sergio Spagnolo hanno voluto mettere bene in chiaro la faccenda della droga.
Per le accuse specifiche di corruzione e concussione contenute nell’ordine di custodia, il giudice non è entrato nel dettaglio di ogni singolo episodio contestato a Ponzoni: di questo si occuperanno più in là i pubblici ministeri, quando la difesa del consigliere regionale avrà completato le sue indagini difensive. E nemmeno si è parlato dei favori a base di vacanze e oggetti artistici che Ponzoni avrebbe fatto, a spese dei suoi complici, al governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Si è parlato, invece, del cuore dell’inchiesta: il governo del territorio brianzolo, i piani regolatori sui quali la Procura di Monza accusa Ponzoni di avere messo le mani, modificando le scelte urbanistiche per favorire i suoi finanziatori occulti. E qui il consigliere regionale ha reagito attaccando: il Pgt di Desio, ha spiegato, è perfettamente legittimo. A dirlo non sono io, ha aggiunto, ma la professionista che lo ha steso, e che nel 2010 scrisse in una lettera di non avere subìto alcuna pressione. Il dettaglio è rilevante, perché il piano porta la firma di Maria Cristina Treu, sorella di Tiziano Treu, senatore del Partito democratico.
Ponzoni è apparso tonico e combattivo. «Sono preoccupato per mio figlio che ha solo tredici anni», ha detto ai suoi legali. Ma la sensazione è che le manette scattate martedì mattina non lo abbiano preso alla sprovvista, come d’altronde non hanno colto di sorpresa neanche il mondo politico lombardo. Delle nuvole che si stavano addensando sulla sua testa, il giovane esponente del centrodestra era pienamente consapevole. E ha potuto quindi preparare per tempo la propria difesa. Che parte da un primo punto decisivo: demolire la credibilità di Sergio Pennati, il suo ex socio divenuto il suo grande accusatore, l’autore del «testamento» che la Guardia di finanza ha sequestrato durante una perquisizione e che ha fatto decollare l’inchiesta. «Ma Pennati mi odia perché dopo le verifiche contabili sulle società che avevamo in comune ho deciso di estrometterlo. D’altronde lui è uno che ha mandato gambe all’aria quindici o venti società mentre delle mie imprese le uniche fallite erano quelle che avevo insieme a lui». E tra gli esempi delle «bugie» di Pennati ha fatto quello della villa di Beaulieau, in Francia, che gli sarebbe stata ristrutturata gratis dal costruttore Giulio Mosca in cambio di una variante: «Ma nelle mia villa Mosca non ci ha mai lavorato».