Ponzoni si costituisce e lascia la poltrona

MilanoNon si era dato alla fuga Massimo Ponzoni, il consigliere regionale lombardo del Pdl colpito lunedì mattina da ordine di cattura. Mentre la Guardia di finanza ammanettava altri quattro indagati della stessa inchiesta, di Ponzoni non si trovava traccia, si era sparsa la voce che fosse all’estero e la Procura di Monza si preparava a dichiararlo ufficialmente latitante. Invece ieri mattina Ponzoni si materializza nella caserma della Finanza di Milano. «Sono sconvolto ma pronto a difendermi», dice. Gli fanno la foto, gli prendono le impronte e lo portano in carcere. Verrà interrogato nei prossimi giorni, e non sarà un interrogatorio facile.
Per cercare di alleggerire la sua posizione, Ponzoni ieri si dimette da segretario dell’ufficio di presidenza della Regione, e il consiglio del Pirellone accoglie fulmineamente le sue dimissioni. Ma il piccolo passo indietro non cambia di molto la sostanza. Ponzoni è accusato di avere foraggiato con tangenti e falsi in bilancio non solo la sua attività politica, fatta di campagne elettorali sibaritiche, ma anche un tenore di vita assolutamente sopra le righe, cocaina, auto di lusso e donne comprese. E poi c’è l’elemento più pesante di tutti, quello decisivo nel convincere il giudice preliminare a spedire in carcere Ponzoni: i presunti contatti con la malavita organizzata.
Nella parte finale dell’ordinanza di custodia gli indizi di questi legami vengono analizzati uno per uno. La tesi della Procura di Monza è che nel 2005 Ponzoni sia stato eletto grazie al voto dei clan, e che solo cinque anni dopo si sia sganciato da essi. Si parla di un «computer in uso a Laura Ponzoni, la quale ha contribuito all’organizzazione delle campagne elettorali del fratello», nel quale viene trovato un documento «Annunziato Moscato.doc» con il curriculum vitae di un esponente delle cosche calabresi a Desio, arrestato nel 2007. Si cita un incontro organizzato da Salvatore Strangio, boss ’ndranghetista del movimento terra, tra un suo prestanome e Ponzoni. Si segnala che l’assegno di un tale Pasquale Nocera, collaboratore del boss Strangio, sarebbe stato incassato sul conto corrente della nonna di Ponzoni, «conto che risulta assai movimentato e che appare riconducibile al nipote e non all’anziana». E si racconta come andò a finire l’intervento di Pio Candeloro, «temutissimo Capo Società della cosca locale di Desio», per risolvere una querelle elettorale tra i vari esponenti della comunità calabrese: un certo Natale Marrone si era rivolto al padrino perché intervenisse contro Rosario Perri, assessore a Desio e legato a Ponzoni, «ricevendo però un netto rifiuto per via della protezione della quale Perri avrebbe goduto in quel contesto delinquenziale».
In sintesi: Ponzoni per la Procura di Monza incarna quel crocevia di affari, politica e malavita di cui finora si era parlato più nelle indagini sociologiche sullo sbarco mafioso al Nord che nelle indagini giudiziarie. È questo, più che qualche storia purtroppo non inconsueta di mazzette, a rendere difficile la sua posizione.