La pop-politica di Veltroni che dribbla i problemi reali

Sandro Bondi*

Il quotidiano della Margherita, Europa, ha scritto «ormai Veltroni è sulla via del rientro a tutti gli effetti sulla scena nazionale». L’intervista rilasciata a Repubblica ha tracciato il suo programma politico, da molti criticato per la mescolanza fra la questione del partito democratico e la proposta di un processo Costituente.
Dobbiamo quindi considerare con attenzione le mosse di Veltroni che si accentueranno quanto si più si farà grave la crisi del governo Prodi. Dal punto di vista politico il tentativo di Veltroni è non restare imprigionato sotto le macerie del fallimento dell’attuale governo. In attesa delle prossime mosse politiche, conviene esaminare il pensiero politico del sindaco di Roma. La sua lettera al direttore di Repubblica si muove su un crinale «post-moderno», tant’è vero che il titolo redazionale è: «Un partito post-socialista». Se è vero che Veltroni, introducendo la sua riflessione post-socialista sul partito democratico, fa riferimento alle lezioni politiche di Kennedy, Willi Brandt ed Olof Palme, è altresì vero che Veltroni decide di evitare quasi un secolo di vicende storiche e di storia dei partiti politici della sinistra. Facendo cogliere l’esaurimento della «spinta propulsiva» del comunismo e la fine della sinistra tout court. Che sia necessario far nascere il partito democratico, risulta contraddittorio con chi voglia, da un lato, trascendere il '900 e, dall’altro, aprire un percorso nuovo anche sul piano politico-culturale. Veltroni ondeggia tra rigurgiti di cultura politica anni ’80 e una filosofia della storia in chiave progressista che prevede la nascita del partito democratico, in quanto «necessaria». Stabilire chi possa dirla necessaria è arduo. Ecco che il sindaco di Roma è costretto a rifugiarsi nella pop-politica dei sentimenti, dei buoni sentimenti, dell’etica della convinzione, insufficiente, come insegnava Weber, a dettare i criteri per l’assunzione di responsabilità politica. Un autentico calderone segnato dall’ideologia pop del fusionismo.
Fondere e sintetizzare: i verbi prediletti da Veltroni. Come a dire: la sinistra riformista non c’è; il socialismo lo decretiamo morto, senza neanche discriminare il grano dal loglio; l’unica uscita di sicurezza è la fusione di aspetti del socialismo neo-kantiano con un democraticismo progressista kennediano. Fondere per con-fondere. Ma la politica è un’altra cosa. L’elaborazione della politica passa attraverso una rigorosa analisi storica, fare i conti fino in fondo con la propria storia, con la storia del comunismo italiano. Veltroni scrive traducendo quel che fa come sindaco: pop politica. Appuntamenti pubblici, notti bianche. Il gaio e «buon» nichilismo. Il nichilismo dei «buoni». Il sindaco di Roma non menziona neppure un contenuto oggettivo da affrontare politicamente, sia nel dibattito sulla nascita del partito democratico, sia in sede nazionale come attore della politica. Ad esempio: che fare del settore pubblico in Italia dopo la dismissione totale dei nostri «gioielli di famiglia», chimica, settore automobilistico, operazione condotta da Prodi e voluta da alcune lobbies finanziarie estere? Come stare nella globalizzazione con una crescita all’1,5% e una tassazione al 40% circa? Quale modello di società vuole la sinistra? Quale modello sociale e quale società vuole il partito democratico già nato secondo Veltroni? I contenuti, l’analisi della fase storica in corso, le categorie politiche adeguate alla realtà e non viceversa: questo è l’abc della politica. Ma Veltroni oggi è un fine letterato, amante della pop politica. Ma quando scenderà in campo allora neppure lui potrà sottrarsi a queste scelte politiche. E allora sarà giudicato come tutti gli altri leader della sinistra: dai fatti non dalle parole.
*Coordinatore nazionale di Forza Italia